Un albero il cui tronco si può a malapena abbracciare nasce da un minuscolo germoglio.
Una torre alta nove piani incomincia con un mucchietto di terra.
Un lungo viaggio di mille miglia si comincia col muovere un piede
(Lao Tse)

stray dogs international project
©Stray Dogs International Project

Cosa viene in mente quando si pensa ad un cane randagio?

Beh, in linea di massima, lo si considera un problema, sia immaginandolo in branco mentre insegue abbaiando automobili, biciclette o persone sia che si tratti di cuccioli denutriti ed infestati da parassiti che sopravvivono al bordo di una strada trafficata.

Non sarebbe corretto dire che non esistono cani che ci riportano alle immagini sopra descritte, ma attenzione a fare di tutta l’erba un fascio!

Senza ombra di dubbio ciò che bisogna considerare, quando si affronta il fenomeno del randagismo, è il soggetto di cui si sta parlando: il cane.
Siamo proprio sicuri di conoscere realmente, e intendo a livello etologico, il diretto successore di lupi o sciacalli?

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©Stray Dogs International Project

Se consideriamo che al mondo sono stimati approssimativamente 500/700 milioni di cani, dei quali 400/500 milioni vivono liberi e non rappresentano i nostri amati pet, viene da pensare che di grandi certezze ne abbiamo ancora poche.

Risulta perciò un po’ presuntuoso parlare di gestione e controllo di chi si conosce appena.

È da decine di anni che amministrazioni comunali, associazioni animaliste e privati cittadini impiegano le loro energie e ingenti risorse economiche nel tentativo di risolvere, o quanto meno arginare, il problema senza, ahimè, grandi risultati.
In Italia, dal lontano 1991, anno di approvazione della legge quadro n. 281 in materia di animali d’affezione e prevenzione del randagismo, sono state fatte tante proposte.

A cosa ha portato tutto questo?
Per ora ad un sistema complesso e fuori controllo che non ha condotto ad una soluzione reale e che anzi, in molti casi, ha rappresentato per qualcuno un business a discapito degli animali che avrebbe dovuto tutelare.

Ne consegue che, per trattare un argomento così complesso e delicato, sia necessario studiare ancora, cercando di approfondire e approcciare il fenomeno dall’interno.

È proprio quello che da qualche anno a questa parte il nostro gruppo di ricerca sta portando avanti con il Progetto Internazionale Stray Dogs, progetto di studio sui cani di strada in Italia e all’estero.
I principali luoghi di intervento sul campo sono stati fino ad oggi Puglia, Sicilia, Campania, Serbia e Marocco.

Stray Dogs International Project
©Stray Dogs International Project

Attualmente il nostro quartier generale è situato in un paesino di pescatori a sud del Marocco dove, grazie all’appoggio di un’associazione che opera sul territorio, stiamo intervenendo attivamente nel tentativo di essere d’aiuto.

Il nostro intento è quello di evitare che il sovrannumero di cani randagi venga drasticamente ridotto in maniera semplicistica, con avvelenamenti di massa o abbattimenti indiscriminati: pratiche purtroppo ancora molto comuni in tante parti del mondo.

Consapevoli del fatto che soluzioni così radicali non possono considerarsi eticamente accettabili, riteniamo che la sterilizzazione di quanti più individui possibile risulti di vitale importanza, anche se non rappresenta l’unica azione necessaria.

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©Stray Dogs International Project

A questo proposito, una delle attività per noi fondamentali consiste in un periodico censimento: una vera e propria conta dei cani e relativa collocazione sul territorio.
Con i dati raccolti andiamo poi a creare delle schede di riconoscimento individuali, aggiornate di anno in anno, che elaboriamo e consegniamo all’associazione e al sindaco del paese affinché possano rendersi conto della situazione e dei suoi cambiamenti.

Altra attività particolarmente importante è rappresentata dal monitoraggio ambientale che svolgiamo al fine di individuare i punti di approvvigionamento di cibo e acqua, le tane, i luoghi di riposo e/o ricovero, la componente biotica (animali e vegetali) e le attività umane.

Dai risultati ottenuti da censimenti e monitoraggi siamo quindi intervenuti su:
– tipologia di bidoni della spazzatura e loro collocazione;
raccolta differenziata dei residui alimentari per separarli dall’immondizia;
– spostamento dei punti cibo grazie ai residui alimentari raccolti;
rallentatori stradali onde evitare incidenti;
sterilizzazione, vaccinazione antirabbica e applicazione orecchino identificativo numerato;
individuazione dei soggetti da allontanare dal territorio;
applicazione di collarini di diversi colori a seconda del gruppo sociale per il riconoscimento a distanza;
individuazione dei cani malati e delle cure necessarie per evitare la diffusione di malattie;
tamponi salivari per studi genetici;
osservazione delle feci per valutazioni sull’alimentazione e su possibili parassitosi;
campagna di sterilizzazione gratuita per i cani padronali vaganti (cani da guardia e cani da pastore);
analisi degli spostamenti tramite collari GPS e contapassi.

Stray Dogs International Project
©Stray Dogs International Project

Parallelamente al lavoro gestionale sui cani del paese, avvalendoci di termocamere e delle analisi dei tamponi salivari, abbiamo iniziato uno studio sulle emozioni, più precisamente sullo stress identificabile dai livelli di cortisolo.

Il nostro gruppo sta altresì raccogliendo ed elaborando, anche grazie alla collaborazione di colleghi e collaboratori esterni al progetto, ulteriori dati relativi alla morfologia ed ai mantelli dei cani randagi di diverse parti del mondo.

Allo stato attuale delle cose, stiamo cercando di orientare il nostro lavoro alla luce di alcune importanti considerazioni.
Uno dei fattori maggiormente influenti per quanto riguarda il fenomeno del randagismo, sia in Italia che all’estero, rimane purtroppo quello legato agli abbandoni, problema sul quale bisogna agire favorendo l’educazione e al tempo stesso inasprendo le pene e garantendo la certezza della loro applicazione.

Stray Dogs International Project
©Stray Dogs International Project

Intervenire sull’ambiente condiziona notevolmente la presenza degli animali sul territorio: infatti, fino a quando questi troveranno condizioni favorevoli alla loro sopravvivenza, occuperanno un determinato areale. Abbiamo potuto constatare inoltre che il fenomeno relativamente recente delle staffette (spostamenti di cani da una zona ad un’altra) non contribuisce nella maggior parte dei casi a modificare l’assetto demografico di un territorio.
Onde evitare il “carcere a vita” o adozioni senza un minimo criterio logico, uno dei concetti fondamentali sui quali ci stiamo battendo anche qui in Italia è la reimmissione sul territorio dei randagi, previa sterilizzazione/castrazione, seguita ovviamente da un monitoraggio costante della situazione.

Per quanto riguarda quello che consideriamo il cane con la “C” maiuscola, cioè il cane libero, uno degli studi più impegnativi ma al contempo più appassionanti che stiamo portando avanti prende in considerazione quei soggetti che, generazione dopo generazione, si stanno rinselvatichendo, stanno cioè seguendo il processo inverso alla domesticazione, tornando nel tempo verso uno stato selvatico.

Una domanda a questo punto sorge spontanea: se è vero che il cane è il migliore amico dell’uomo perché allora, avendo la possibilità di scegliere, sta prendendo via via distanza da esso?

lorenzo niccoliniL’autore
Lorenzo Niccolini

• Tutor e Docente Siua
• Educatore e Istruttore Cinofilo
• Operatore di Canile
• Tecnico Mobility Dog®
• Corealizzatore del Progetto Internazionale Stray Dogs
• Promotore e collaboratore in diversi progetti cinofili