Altro che animali! | Roberto Allegri, Diego Manca

di Valentina Mota

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Il generale Patrick Fowler, capo del dipartimento comunicazioni dell’esercito britannico durante la Prima guerra mondiale, così descriveva l’essenziale contributo dei piccioni:

“Durante i periodi di tranquillità possiamo utilizzare messaggeri, telegrafi, telefoni, segnalazioni con bandiere e i cani, ma quando si accende la battaglia e la situazione si fa caotica con mitragliatrici, artiglierie e i gas, dobbiamo affidarci ai piccioni. Quando i soldati si perdono o rimangono accerchiati dal nemico in località sconosciute, possiamo contare soltanto su comunicazioni affidabili. Le otteniamo solamente con i piccioni. Ci tengo a dire che essi, nel loro lavoro, non ci hanno mai tradito.

Scrivere degli animali che hanno accompagnato l’uomo lungo il suo cammino storico significa scrivere di guerra. Da sempre, gli animali sono i compagni forzati dei soldati. Basti pensare all’importanza del mulo soldato a quattro zampe durante la Prima guerra mondiale. Da sempre si combattono eserciti di uomini ed eserciti di animali e, per quanto dolorosa possa esserne la lettura, la storia sociale degli animali arruolati in guerra è indubbiamente un capitolo affascinante.

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Un mulo sul fronte durante la Prima guerra mondiale

Di questo capitolo, tra gli altri argomenti, si parla in Altro che animali! Dagli elefanti di Annibale ai cani eroi dell’11 settembre, storie di un’insostituibile amicizia di Diego Manca e Roberto Allegri (Edizioni Ultra, 2015).
Intento del libro è proporre un excursus dall’antichità fino ai giorni nostri sul ruolo di molteplici specie nella nostra evoluzione sociale, quelle altre specie che hanno percorso insieme a noi i sentieri della storia.

In particolare, si vuole richiamare il lettore alla consapevolezza di quel contratto reciso, un patto di reciproco scambio, di cui l’uomo ha abusato, strumentalizzando convivenza e domesticazione, per sottoporre gli animali a trattamenti violenti e opprimenti in maniera sistemica e organizzata, e perdendo via via quel timore degli elementi naturali che lo rendevano rispettoso nei loro confronti: perfezionando strategie e tecniche, decadendo il timore verso un mondo che diventava sempre più controllabile, l’uomo non ha avuto più freni.
Questo antico contratto, stipulato agli albori della nostra specie, ci ha fatti diventare ciò che siamo oggi, poiché la nostra specificità di esseri umani si forgia nella convivenza con altre specie.

animali_guerra_mondialeLa necessità di cacciare ci ha avvicinati al lupo, e poi al cane.
La capacità di addomesticare ci ha portati a creare una società multi-specifica: l’uomo non è mai stato solo nel suo percorso. Ogni scoperta, ogni invenzione, ogni conquista, ogni guerra ha sempre visto il coinvolgimento degli altri animali.
Come può una convivenza così intima reggersi su un patto tradito?
Abbandonato l’ambiente rurale, l’animale d’affezione che vive in città è privato di tutte quelle caratteristiche di animale “utile” che, per quanto fosse sottoposto a violenze e vessazioni, gli conferivano un ruolo nel rispetto delle sue funzioni e attitudini.

Nella società tecnocrate, invece, l’animale diventa strumento erogante prestazioni pretestuosamente misurabili: quanto affetto può dare, quanto può aiutare la ricerca medica, quanto può essere utile nelle strategie di guerra, quanto può far guadagnare in quanto fonte di cibo.

Nella società tecnocrate, l’animale diventa un ingranaggio del sistema di accumulo di denaro, uno strumento di esercizio della nostra avidità: nessuna individualità, nessuna soggettività, nessun desiderio, nessuna intenzione, nessuna motivazione gli è mai riconosciuta.
Qui è la cesura. La reciprocità non esiste più.
Nel mondo Occidentale gli animali sono diventati niente, pur rimanendo una delle nostre più vive ossessioni. E nella nostra rappresentazione schizofrenica dell’animale, ecco apparire i cani eroi con medaglie al petto, gatti osannati salvatori di proprietari dalla salute malandata, uccelli rinchiusi in gabbia per allietarci con richiami e canti.

La magia è svanita, la convivenza con le altre specie non ha più nulla di straordinario. Tutto è livellato e appiattito su un piano di spersonalizzazione: non siamo più capaci di vedere gli animali che ci circondano. Ed è questa un’incapacità forse ricercata, perché ci rende meno responsabili e dà sollievo alle nostre coscienze.
Tuttavia, siamo in costante ricerca di un contatto con l’animale, perché attraverso di lui percepiamo echi di un mondo che non sappiamo più ricordare in modo consapevole, ma che continuiamo a sentire necessario alle nostre esigenze emozionali di esseri umani: la continua ricerca di amicizia e convivenza con cani, gatti, ma anche criceti, pesci, serpenti e canarini è l’evidenza di una nostalgia, di un vuoto che non riusciamo a cancellare e a cui non riusciamo a trovare alternative.
Gli animali ci accompagnano da sempre, sono protagonisti dei nostri sogni e delle nostre visioni.
Viene definito “miracolo” l’avvicinamento tra uomo e lupo, un miracolo che vede da parte di entrambi una comprensione reciproca grazie al reciproco riconoscimento delle socialità peculiari.
E poi, uomo e cane. Inseparabili come un unico organismo. Il cane è aiuto vitale nelle strategie di caccia, il cane diventa guerriero, grazie al suo coraggio e alla sua fedeltà. Persino le divinità devono assumere le sembianze di questo animale fiero e instancabile.
Cani santi, eroi, cani di re, e come i re privilegiati, cani del popolo, e come il popolo vessati.
Nella città moderna, dove la natura viene allontanata con forza e maniacale dedizione, al cane vengono sottratte le sue mansioni, e insieme a queste il ruolo e la dignità di essere, per diventare un animale d’affezione, poco più interessante di un fantoccio.

è l’evidenza di una nostalgia, di un vuoto che non riusciamo a cancellare e a cui non riusciamo a trovare alternativE

E le altre specie?
Quel cavallo da alcuni considerato animale spirituale, per l’innata affinità che ci lega a lui, è anch’egli specie guerriera. Fino alla Prima guerra mondiale, il cavallo è parte integrante di ogni esercito: la stima è di dodici milioni di cavalli utilizzati nella Prima guerra mondiale, e pochissimi sopravvissero.
Stragi dimenticate di cui non si parla mai nei libri di storia.

E poi il gatto: quel gatto che ci sta accanto da almeno diecimila anni, che da sempre affascina poeti, pittori e musicisti.

Katsushika Hokusai, Geisha con gatto, 1852

Elegante e distaccato, piccolo e velocissimo, dai sensi sopraffini, capace di vedere al buio e di percepire suoni a noi preclusi.

Anch’egli spesso divinizzato, diventa prezioso alleato nella caccia agli animali nocivi per proteggere colture e scorte alimentari. Diventa talmente importante da essere talvolta protetto da leggi rigide che prevedono severe punizioni: nell’Egitto dei faraoni, chi uccideva un gatto era condannato a morte.
Spesso mal compreso, a torto considerato asociale, è l’ispirazione di pittori, scultori, poeti e musicisti: il Giappone lo privilegia come musa ispiratrice d’arte e lo ritroviamo nelle opere di illustri pittori nipponici del Settecento e dell’Ottocento.
In Europa, Leonardo li studia attraverso i suoi disegni e Gottfried Mind li ritrae con tale passione da essere soprannominato il Raffaello dei gatti.

Attraverso le vicende che caratterizzano la nostra vita con le altre specie, sicuramente è con la guerra che il contratto tra noi e gli altri animali viene definitivamente calpestato.

Se fin dall’antichità gli animali vengono usati come strumento bellico (si pensi agli elefanti usati come carri armati o i molossi-soldato degli antichi Romani), il XX secolo vede la tecnologia sbizzarrirsi nell’utilizzo di animali come ausilii. Durante la Grande Guerra, milioni di piccioni sono allevati e stipati ovunque, sugli aerei, sulle navi, sui sommergibili, nei carri armati. Prima dell’avvento della radio, sono il mezzo più diffuso per veicolare messaggi. E poi cani, gatti, cavalli, muli, delifini, topi, foche, tutti utilizzati per diventare o trasportare armi.

La storia narra di noi e di quegli animali che hanno contribuito a scriverla insieme a noi. Intento del libro è ridare loro dignità.

È nostro dovere e obbligo morale ritornare a dare loro un ruolo di esseri viventi. Sono stati, sono e saranno i nostri compagni di viaggio, diversi da noi nelle forme e nei comportamenti, simili a noi nei desideri e nelle intenzioni.

In un tempo che è di grandi cambiamenti, forse il futuro si fa di un passo indietro, a recuperare il ricordo di quando eravamo animali, a ridisegnare l’immagine di un cane che si staglia contro lo sfondo di una prateria al tramonto per raccontarci che “siamo quello che siamo grazie al cane. L’uomo senza cane non è meno felice. È solo meno uomo”.

(Le immagini utilizzate nel testo non costituiscono parte del libro, n.d.r.)