Quell’orso polare era nato negli Stati Uniti nel 1985 ed era stato trasferito allo zoo di Mendoza, in Argentina, nel 1993.
Un’altra orsa, sua compagna di gabbia, era morta di cancro nel 2012. Da quel momento, la non-vita di lui era diventata un cammino infernale verso la morte.
In un’area le cui temperature estive raggiungono i 40°C, dubito che occorresse investire fondi pubblici in ricerche etologiche per rendersi conto che quelle non fossero le condizioni ambientali più adatte per detenere soggetti di Ursus maritimus.
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Nel 2014, i militanti animalisti avevano chiesto il trasferimento di quell’orso in uno zoo canadese.

Tra parentesi, non mi è chiaro perché occorra essere animalisti per intervenire sulle questioni di abusi verso gli animali. Personalmente, sono contro a qualunque forma di violenza sui bambini, ma faccio fatica a definirmi bambinista senza che mi venga da ridere.

Orbene, le firme arrivarono a 400000, e a quel punto, le autorità ambientali argentine dichiararono che l’orso non potesse essere spostato date la sua età e le sue precarie condizioni di salute. Le autorità decisero quindi che la lenta e inimmaginabile agonia di quel soggetto dovesse continuare.
Il rigor logico della beffa.

E così, il 3 luglio 2016, ne hanno spazzata via un’altra. Hanno costretto un’altra vita a spegnersi: dopo averla per qualche motivo incarcerata e deprivata di tutto quello per cui si era evoluta, l’hanno lasciata marcire nel disinteresse, nella dimenticanza, nell’ignoranza di chi ne disponeva.

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Qualcuno aveva deciso che quell’orso dovesse chiamarsi Arturo.
Non hanno scelto con cura l’habitat in cui farlo vivere, non hanno scelto di farlo vivere al meglio, non hanno scelto di migliorargli l’esistenza. Gli hanno scelto il nome.
E perché non una semplice sigla di registro di carico e scarico? Si voleva forse creare una maggiore empatia, dandogli un nome?
Allora direi… bersaglio mancato.

Ma sì, lo spettacolo continua. Era solo un orso. Solo una vita. Solo una fra i miliardi di altre vite che consapevolmente abbiamo scelto di massacrare ogni giorno con la nostra insopportabile arroganza.

Ci raccontano che le stereotipie di questo orso dimostravano che stesse impazzendo: e quindi?
Ci raccontano che quest’orso si trovasse in un ambiente che non aveva nulla di adatto ai bisogni del suo corpo e della sua mente: e quindi?
Quindi, il nulla operativo.

Il video dell’orso polare che gira in rete, e che mi ostino a riproporre qui per un certo senso di colpa (la musica di sottofondo è azzeccatissima), è l’apologia della sofferenza. Perché nessuno ha mai proposto l’eutanasia per Arturo?
Nel guardarlo, qualcuno piangerà, qualcuno si arrabbierà, e poi tutto finirà come sempre nell’archivio delle nostre coscienze fluttuanti e leggerissime, senza ricordi, senza rimorsi, senza vergogna. In fin dei conti, “non l’ho mica ammazzato io”.

L’hanno definito l’animale più triste del mondo, che sembra il brutto titolo di una brutta favola per bambini.
Tutto di questa storia è un inno alla bruttura. La bruttura del carcere, la bruttura dell’esibizione di un animale, la bruttura di una vita che si spegne come una candela consumata per volontà dei carcerieri, la bruttura del muro umano di arroganza e insensibilità che la circondava.
Arturo soffriva? Lo sapevamo. Arturo impazziva? Lo sapevamo. Arturo era stato ingiustamente imprigionato? Lo sapevamo. Conseguenze? Nessuna.

Tanta è l’intraprendenza nel creare strutture che organizzino lo sfruttamento, la sofferenza e il dolore degli animali, tanto è lo sprezzante disinteresse diffuso quando ci si pone il dubbio che la sistemica del massacro e dello sfruttamento non sia una scelta giusta.

Anche supponendo l’ipocrisia educativa dello zoo, che valenza educativa poteva mai avere la detenzione dell’orso più triste del mondo?
Che motivo d’orgoglio poteva essere per quella città il fatto di detenere l’orso più triste del mondo?
A meno che non fossero ingaggiati in una gara di trash culture, non trovo valenze educative in questa circostanza, ancor meno se penso che di solito sono i bambini a essere trascinati allo zoo dalla pigrizia mentale degli adulti.

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Siamo nell’era dell’informazione globale, e delle informazioni non sappiamo che farcene. I social media sono le nuove enciclopedie pop, che, per loro stessa natura, si focalizzano sul contagio umorale, tanto da diventare una delle più diffuse cause di depressione.
E così, ogni giorno intoniamo odi alla tristezza, passiamo le ore a modificare la foto dei nostri socialissimi profili solipsistici per aggregarci alla costernazione per qualcosa che fino a cinque minuti prima ignoravamo, che cinque minuti dopo ci rende profondamente tristi e 24 ore dopo non esiste più.

Il villaggio del World Wide Web si è specializzato nella globalizzazione del necrologio.
Una martellante instancabile processione di prefiche telematiche “worldwide spread” che si costerna, s’indigna, s’impegna poi getta la spugna con gran dignità, citando la canzone di De André.

Concludo qui con un ultimo contagio umorale: abbiamo pianto Arturo.
Arturo è morto per niente. Tra 24 ore nessuno se ne ricorderà.

 

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