Questo articolo non ha il fine di giudicare trame, competenze attoriali, sceneggiature o scelte registiche. Questo articolo non ha neanche la pretesa di prendere posizione positiva o negativa sul coinvolgimento del cane nel mondo cinematografico né di valutare se durante le riprese i soggetti animali siano stati o meno vittime di coercizione, anche perché per valutare tutti questi aspetti ci andrebbe tanto altro spazio che non voglio rubare agli altri articoli. Questo articolo non vorrebbe divagare sul triste epilogo frutto dell’uscita di questi film, ovvero le nostre città invase da razze canine lanciate da produzioni cinematografiche, cani di razze impegnative o ai più sconosciute nelle loro caratteristiche motivazionali, acquistate in allevamento solo perché “l’ho visto al cinema ed era tenero/bello/simpatico”. Su questo argomento sarebbe bello avere la possibilità di scrivere un secondo articolo.
Questo articolo ha la semplice funzione di valutare brevemente e in pochi accenni in alcuni film, di periodi diversi, la relazione cane-proprietario, come è stata sviluppata e come si evolve.

binomi al cinema
Vita da Cani, Charlie Chaplin, 1918

Vita da cani è un mediometraggio di Charlie Chaplin uscito nel 1918. È la storia di Charlot, vagabondo disoccupato, che nel suo girovagare incontra un cagnolino abbandonato, attaccato da altri cani. Charlot e il cucciolo meticcio si assomigliano nella disgrazia della vita da strada e condividono le difficoltà che la loro condizione comporta. Randagi che cercano le soluzioni per sopravvivere, ma insieme diventano branco unito nelle asperità. Il finale vede finalmente Charlot, la sua compagna e il cane vivere in serenità. Trovo nel mediometraggio una grande empatia e tenerezza nel rivelare due identità, ridotte ai margini, due personaggi di strada che con leggerezza, uno accanto all’altro, riescono a trovare il lato comico e divertente dell’essere liberi, randagi e autentici.

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Bombón El Perro, Carlos Sorin, 2004

Coco alla guida, accanto Bombón, sguardi che si intrecciano, nella Patagonia più sconfinata e scarna, silenziosa, come loro, esseri fieri l’uno dell’altro e liberi, forse, finalmente, da qualsiasi strumentalizzazione, ai margini, inetti, non produttivi, non asserviti alle logiche di profitto e mercato. Questa l’immagine che più mi è rimasta impressa di un film, Bombón el perro, 2004, diretto da Carlos Sorin, dove purtroppo vediamo il cane in primis come strumento per fare soldi. Juan Villegas, detto Coco, è un uomo argentino sulla cinquantina, disoccupato che tenta invano di vendere coltelli e vive in un piccolo appartamento con la figlia e i suoi figli. Un giorno Coco incontra per strada una donna con l’auto in panne e la aiuta a ripararla. Per ringraziarlo di questa gentilezza la madre della donna gli regala un dogo argentino con pedigree, figlio di un grande campione di bellezza che allevava il marito prima di morire. Bombón era legato a catena in un angolo del giardino di quella casa. È lui il Bombón che Coco chiama Lechien, non sapendo che significa semplicemente “cane” in francese. È l’incontro di due solitudini quello fra l’uomo e il cane. Coco viene cacciato da casa dalla figlia per la sua decisione di tenere quel cane, così Coco e Bombón iniziano a girare in Patagonia con la macchina dell’uomo il quale da personaggio mediocre inizia ad acquisire fama e clamore grazie a Bombón, suo biglietto da visita nel mondo delle esposizioni canine, vincendo il terzo posto alla prima expo. L’allenatore di Coco e Bombón vede nel cane una buona macchina da profitto e cerca di coinvolgerlo in monte con femmine di dogo alle quali però Bombón si mostra disinteressato. Deluso, l’allenatore propone a Coco di lasciargli il cane ed andarsene. Coco, senza riuscire a dimostrare in quel momento l’amore che prova per Bombón, glielo lascia e continua il suo giro per la Patagonia a vendere coltelli. Dopo poco tuttavia Coco si sente malinconico e perso senza il suo cane e torna a cercarlo. Bombón però è scappato da casa del suo allenatore e Coco inizia a cercarlo. Quando lo ritrova Bombón si stava accoppiando con una meticcia nera in una fabbrica a cielo aperto di mattoni. Coco accetta di nuovo Bombón e ripartono in macchina insieme e finalmente sereni e senza vincoli.
Dentro di sé Coco sente l’affezione verso Bombón ma si fa trascinare dall’allenatore in questo mondo di strumentalizzazione e sfruttamento del cane, solo alla fine capisce che sia lui che Bombón sono davvero felici nel momento in cui sono liberi e insieme, senza ambizioni o esiti grandiosi.
Un film delicato, ritmi lenti, minimalista.

Un road movie dai ritmi lenti come sono i pensieri di Juan che – silenzioso – osserva il mondo disincantato e crudele che lo circonda e come Bombòn, il cane che tutti giudicano forte e aggressivo e che, invece, non riesce ad avvicinarsi ad una femmina. Dicono che i Dogo non provano neanche dolore. Ma non è così: Bombòn, come il suo padrone, è semplicemente estraneo all’insensibilità e alla volgarità.. Bombòn, Juan e tutti quelli come loro sono davvero di “un’altra razza” (mymovies.it)

Sorridono Coco e Bombòn, seduti l’uno accanto all’altro nell’inquadratura che chiude il film, sereni e appagati dal non avere una meta e dall’essere semplicemente uno vicino all’altro.

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Hachiko – Il tuo migliore amico, Lasse Hallström, 2009

Hachiko – Il tuo migliore amico è un film del 2009 diretto da Lasse Hallström, interpretato da Richard Gere, basato sulla storia del cane giapponese Hachikō e sul film giapponese del 1987 Hachikō Monogatari. Quella di Hachiko, cane di razza Akita Inu, è una storia vera. Egli era solito accompagnare il suo padrone, un professore universitario di nome Hidesaburo Uero alla stazione ferroviaria di Shibuya ogni giorno. Ogni sera, puntualmente, tornava alla stazione per aspettarne il ritorno. Quando Uero morì sul posto di lavoro, Hachiko continuò a recarsi alla stazione per circa dieci anni. Il cane morì poi a tredici anni. Questa è una storia di incomparabile fedeltà e grande intesa fra cane e proprietario. Il film riesce a incentrare tutta la sceneggiatura sul rapporto fra Uero e Hachiko lasciando tutti gli altri personaggi sullo sfondo. Bellissima la trasformazione del serio professore davanti alla figura di un cucciolo, vederlo a quattro zampe che cerca di insegnare al cucciolo a prendere e riportare la palla, senza grandi risultati. Dietro alla retorica della fedeltà si crea un rituale molto forte che porta Hachiko nel film a non accettare passivamente le situazioni di adozione successive alla morte di Uero, per scappare e tornare alla stazione invano ad aspettare l’arrivo del suo proprietario. I silenzi, le foglie dell’autunno che cadono, lo sguardo fiero e paziente dell’Akita, riescono a scrollare l’hollywoodiana pretesa dal film e creare atmosfere possibilmente nipponiche.

Un cane non se ne fa niente di macchine costose, case grandi o vestiti firmati… Un bastone marcio per lui è sufficiente. A un cane non importa se sei ricco o povero, brillante o imbranato, intelligente o stupido… Se gli dai il tuo cuore, lui ti darà il suo. Di quante persone si può dire lo stesso? Quante persone possono farti sentire unico, puro, speciale? Quante persone possono farti sentire… straordinario? (John Grogan, Io e Marley, Sperling & Kupfer editori, 2006)

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Io e Marley, David Frankel, 2008

E così Marley, il Labrador Retriever del film Io e Marley, uscito nel 2008, girato da David Frankel, dall’omonimo romanzo di John Grogan, ci insegna che un cane riesce nel suo essere completamente inadattabile e “ineducabile” ad essere il miglior compagno di vita che un’intera famiglia può avere. Marley combina un disastro dopo l’altro, mettendo anche in crisi il rapporto fra i coniugi ad un certo punto del film, sconvolgendo piacevolmente la loro vita. Il film leggero e divertente prende una piega triste e malinconica nel momento in cui Marley, diventato ormai anziano, dopo varie torsioni gastriche non cammina più e risulta necessario pensare all’operazione di soppressione. John il proprietario lo accompagna in quei momenti delicati e toccanti, ricordando che non è mai stato “perfetto” se per perfezione si intende un cane educato, ma è stato il cane migliore del mondo per loro.
Nell’apparente semplicità di un film per famiglie, Io e Marley risulta interessante proprio per questo aspetto di semplice accettazione del cane, senza pretesa di “modificare” il suo carattere anarchico ed esuberante (salvo una scena esilarante in cui un’addestratrice, tutt’altro che cognitiva cerca di mettere in riga Marley durante una lezione di condotta di gruppo, venendo poi strascinata a terra dallo stesso).

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Belle & Sébastien, Nicolas Vanier, 2013

Belle & Sébastien è un film del 2013 diretto da Nicolas Vanier, che descrive il rapporto fra un bambino orfano di otto anni, Sébastien, e una femmina di cane da montagna dei Pirenei, Belle, ricercata da tutto il villaggio perché ritenuta pericolosa per la sicurezza della vita umana e delle pecore appartenenti ai pastori. Belle per questo sarà costretta a vivere esperienze di paura e inseguimento da parte delle autorità e dei nazisti. La cagnona è conosciuta da tutti come “la bestia” e sarà proprio Sébastien a difenderla nelle situazioni più avverse e lei ad occuparsi del bambino con la più grande delicatezza e devozione possibile. Interessante come nel film venga analizzato il rapporto cane-bambino in un contesto naturale, dove i silenzi e le distanze giocano un ruolo indispensabile per l’equilibrio di entrambi che spalleggiandosi e proteggendosi riescono a sopravvivere alla realtà fatta di persecuzioni, pregiudizi e verità scoperte.

I film da me, purtroppo per mancanza di spazio, superficialmente analizzati sono soltanto alcune delle moltissime produzioni cinematografiche che coinvolgono i cani nella sceneggiatura e nella vita dell’uomo come protagonisti, amici, guide, esempi di fedeltà o semplici spalle nella vita degli umani. Ho scelto questi tre film perché nella ricerca di trame che maggiormente mostrassero un rapporto di binomio fra un umano e un cane. Difficile fare un’analisi approfondita senza cadere in tecnicismi e senza dilungarsi oltremisura.

Spero intanto che questo articolo possa aver dato modo ad alcuni di voi di conoscere produzioni non ancora viste e capirne, in alcuni casi, gli aspetti più interessanti.

“stephaniaL’autrice
Stephania Giacobone
Nasce nel 1987 a Ginevra. Passa i primi anni della sua vita a Courmayeur, Valle d’Aosta con i suoi primi due cani: Holly, un barboncino e Maurice, un boxer. Dopo gli studi universitari umanistici e teatrali a Torino e un master biennale di scrittura alla Scuola Holden, torna a vivere in Valle d’Aosta, con il suo cane, un Amstaff di nome Yannick. Inizia a collaborare a tempo pieno con Laurent Pellu nel loro Centro Cinofilo Yagolandia dal settembre 2014. Frequenta il Corso per Operatori di Zooantropologia Didattica SIUA. A febbraio 2017 entra a far parte della sua vita il suo secondo cane, Maya, una meticcia mix Amstaff/Cane Corso. Conclude il Corso Educatori Cinofili SIUA nel novembre 2016 e un anno dopo inizia il Corso Istruttori Cinofili SIUA. Quotidianamente divide il tempo fra le sue due passioni/lavori: la cinofilia e la scrittura.