Nel gruppo dei cosiddetti Cani da Compagnia troviamo razze come il Bichon Frisé, il Bolognese, il Maltese, il Bouledogue Francese, il Carlino, il Cavalier King, il Charles Spaniel, il Chihuahua, il Pechinese, lo Shitzu e il Barbone Toy.

Ma chi sono questi cani, di taglia piccola che spesso nelle nostre case perdono la loro animalità per diventare surrogati di bambini o peluche? Guardiamo insieme quali sono le loro motivazioni più alte, ovvero a cosa sono interessati di più nel mondo.

I cani di questo gruppo hanno alta motivazione affiliativa quindi il piacere di far parte di un gruppo ristretto dove ognuno ha un ruolo, epimeletica ed et-epimeletica, ovvero il piacere di accudire o farsi accudire da un compagno sociale, sociale eterospecifica, cioè la tendenza a ricercare l’incontro e a relazionarsi con la specie umana, esplorativa, che sarebbe l’appagamento nell’analizzare un oggetto nei dettagli, comunicativa, che consiste nell’esprimere il proprio stato posizionale o comunicare qualcosa ad un simile e predatoria, il volgersi verso piccoli oggetti in movimento, inseguirli e raggiungerli in quei cani come Cavalier King e Charles Spaniel che derivano dai cani da caccia. Le motivazione che hanno di norma basse sono quelle territoriale, protettiva e possessiva. Tutto questo solo se c’è una correlazione e vengono rispettate le loro caratteristiche specie-specifiche, insomma solo se si riconosce loro lo status di cane e si fa vivere loro una vita come quella degli altri cani. Purtroppo quanto evidenziato alle volte non viene in nessun modo rispettato e l’esistenza che conducono alcuni soggetti appartenenti a queste razze è molto lontana dai loro bisogni etologici.

Cani di questo gruppo hanno un’alta vocazione (ciò a cui è interessato il soggetto) alla docilità (intesa come disponibilità a lasciarsi guidare dal proprietario), alla collaborazione con l’uomo con cui creano forti legami affiliativi e un forte attaccamento e all’epimelesi, ovvero alla possibilità di prendersi cura di qualcuno. Hanno bassa vocazione nel competere e nel predare (tranne i Cavalier King e i Charles Spaniel che, come dicevo prima, derivano dai cani da caccia).

Vediamo le problematiche che possono subentrare in cani di questo tipo.
I cani da compagnia spesso per la loro taglia contenuta e la loro disponibilità al contatto con l’umano subiscono manipolazioni eccessive e continue che li portano a non accettare più le carezze. Manifestano il disagio con segnali di stress che vengono ignorati dal proprietario, il loro fastidio si incrementa al punto da voler affermare con più solidità la loro volontà di stoppare l’interazione, talvolta con il morso. Succede anche che addirittura il morso di cani così piccoli venga ridicolizzato e sminuito: in casi simili, anche l’ultimo strumento che un cane possiede per comunicare uno stato di malessere prolungato e ripetuto non funziona e il cane continua contro la sua volontà a subire attività che non lo rendono sereno.

Siamo venuti a conoscenza di un caso di un barboncino che non accettava più neanche una carezza dai proprietari; dai racconti di questi ultimi è emerso un periodo molto lungo in cui il cane partecipava a expo di bellezza ogni settimana e per questo motivo subiva toelettature continue e forzate che l’avevano portato a non sopportare più nessun tipo di manipolazione.

Alcuni soggetti arrivano all’irritabilità, altri creano uno stato di sopportazione e non reagiscono al malessere come se fossero rassegnati all’idea.

Un’altra problematica consueta nei cani da compagnia, sempre dovuta alla taglia contenuta, è il bisogno tutto umano di tenere il cane sopraelevato da terra in braccio o in carrozzine, molti perché “altrimenti il cane si sporca” (i cani sono appagati dall’annusare, strusciarsi, sporcarsi, sono comportamenti che appartengono al loro etogramma e non dipendono dalla taglia), altri per una necessità di tenerlo più vicino a sé. In questo modo frustriamo il loro bisogno di esplorare e creiamo a volte un’iperprotettività verso il proprietario: un esempio sono quei cani che vivono perennemente in braccio e non fanno avvicinare nessuno e mordono chiunque si azzardi ad allungare una mano per una carezza.
In aggiunta, così facendo il cane non ha possibilità di marcare e fare movimento (frustrando anche la motivazione cinetica). La passeggiata deve essere fatta di attività olfattiva, marcature e movimento.

Se non si pone attenzione nel fare un adeguato lavoro sul distacco e sull’autonomia, si crea il rischio che i soggetti di questo gruppo, avendo già per caratteristica di razza una disponibilità a creare forti legami affiliativi con i proprietari, incorrano in forti problematiche di ansia da separazione o eccessi centripetativi (la centripetazione è l’attenzione rivolta all’interno del binomio). Mi riferisco ai “cani-colla” che non fanno un passo senza il proprietario vicino, non si allontanano mai per esplorare, non sanno stare da soli né prendono mai una decisione in autonomia.

Vi è a volte anche un mancato processo di socializzazione verso i conspecifici nei cani da compagnia, perché si pensa erroneamente che siano cani che non hanno bisogno di interagire con gli altri cani o perché, sempre per via della taglia piccola, tutti gli altri sono più grandi e il proprietario pensa che il proprio piccolo possa avere la peggio in qualsiasi socializzazione o anche nella semplice interazione di gioco. Questa è ovviamente una visione sfalsata: è chiaro che un cane di taglia piccola (come qualsiasi altro cane) deve socializzare in sicurezza e con soggetti idonei che non lo mettano a disagio e non lo sovrastino fisicamente nel gioco, ma è anche vero che, essendo anche loro appartenenti alla specie cane, fra i loro bisogni specie-specifici vi è la socializzazione con intraspecifici. Aggiungo che ho visto cani di taglia molto piccola sapersi muovere (e farsi rispettare nelle richieste di spazio) in modo ottimale per via delle loro grandi doti comunicative in mezzo a gruppi di cani di tutte le taglie.

Spesso i cani da compagnia vengono adottati da proprietari con l’intento di avere surrogati di bambini o supporti di mancanze affettive e, nell’immaginario comune, e per una preseunta facilità di gestione: sono piccoli, sono teneri e alcuni di loro hanno un aspetto neotenico (fenomeno evolutivo per cui una specie animale mantiene attributi fisici tipicamente giovanili, per approfondire rimando al mio articolo Cambiamenti morfologici nel cane).

Un progetto pedagogico con un cane definito da compagnia deve puntare su questi aspetti, ovvero il proprietario deve cercare di non frustrare la motivazione perlustrativa (esplorare un ambiente e crearsi una mappa mentale di esso), esplorativa (analizzare un oggetto nei dettagli), cinestesica (fare movimento, correre, saltare) e sociale (relazionarsi con altri cani). Bisognerebbe inoltre lavorare sulle sicurezze attraverso specifiche attività scelte a seconda del soggetto di modo da creare profili con un’autostima e un’autoefficacia (“so di saperlo fare”) che permetterà loro di andare nel mondo con più serenità. Sarebbe opportuno creare un ruolo all’interno del gruppo affiliativo affinché si possano dare competenze e autonomia al soggetto.

È indispensabile diminuire le motivazioni territoriale, possessiva e protettiva lavorando sulle motivazioni controlaterali per non avere soggetti problematici che non fanno avvicinare nessuno al proprietario o alla loro copertina (dove il più delle volte magari sono avvenute quelle manipolazioni eccessive di cui parlavo prima).

La denominazione “da compagnia” non deve essere sinonimo del solo ruolo che diamo a cani di questo gruppo. Hanno bisogno anche loro di socializzare, correre, uscire, esplorare, annusare, marcare. Mi è successo più di una volta nel mio lavoro da educatrice che i proprietari si rivolgessero a me perché volevano insegnassi al loro cane da compagnia a fare i bisogni sulla traversina per evitare di portarlo in passeggiata; ovviamente ho spiegato loro il danno che avrebbero provocato al loro cane facendogli fare una vita chiuso in casa che vedo come una forma di abuso mentale. Fare compagnia al proprietario non dev’essere l’unica attività che gli proponiamo nonostante la loro forte propensione a stare vicino all’umano di riferimento, la loro alta resilienza (capacità di sopportare anche stimoli non propriamente positivi) e adattabilità, la loro scarsa irritabilità e il loro profilo spesso estroverso e festoso.
In ultimo, per concludere, non dimentichiamo che i cani di taglia piccola non sono neppure giocattoli per i bambini! Quindi insegniamo sempre ai pargoli a rispettare la comunicazione e le richieste di spazio dei cani, imparando la corretta interazione, non lasciamoli mai da soli con i cani (questo vale per cani di ogni razza, età, taglia) e, nel caso in cui il bambino non abbia l’età giusta per capire i limiti di una manipolazione corretta, interponiamoci noi, intervenendo per bloccare l’interazione e tuteliamo il nostro cane per non fargli vivere momenti di disagio.

Immagine di copertina: pxhere.com
Immagini del testo: Centro Cinofilo Yagolandia

“stephaniaL’autrice
Stephania Giacobone
Nasce nel 1987 a Ginevra. Passa i primi anni della sua vita a Courmayeur, Valle d’Aosta con i suoi primi due cani: Holly, un barboncino e Maurice, un boxer. Dopo gli studi universitari umanistici e teatrali a Torino e un master biennale di scrittura alla Scuola Holden, torna a vivere in Valle d’Aosta, con il suo cane, un Amstaff di nome Yannick. Inizia a collaborare a tempo pieno con Laurent Pellu nel loro Centro Cinofilo Yagolandia dal settembre 2014. Frequenta il Corso per Operatori di Zooantropologia Didattica SIUA. A febbraio 2017 entra a far parte della sua vita il suo secondo cane, Maya, una meticcia mix Amstaff/Cane Corso. Conclude il Corso Educatori Cinofili SIUA nel novembre 2016 e un anno dopo inizia il Corso Istruttori Cinofili SIUA. Quotidianamente divide il tempo fra le sue due passioni/lavori: la cinofilia e la scrittura.