Quando la Commissione Brambell fu chiamata a stendere delle coordinate di welfare animale in risposta alle giuste critiche che il libro di Ruth Harrison, Animal Machines (1964), aveva mosso in merito a come venivano trattati gli animali all’interno degli allevamenti intensivi – situazione che non era cambiata quando trent’anni dopo pubblicavo il mio saggio Oltre il muro – era ovviamente concentrata sulle prassi di stabulazione e gestione degli animali cosiddetti da reddito, in una logica non di mettere in discussione dette pratiche ma di migliorare le condizioni di vita degli animali negli allevamenti.

Per questo fu conseguente soffermarsi sulle necessità di base o “libertà fondamentali” che dovevano venir assicurate agli animali. Anche se i dettati del Brambell Report, pubblicato nel 1965, grazie all’intervento di esperti nel comportamento come W.H. Thorpe, non trovarono di fatto una traduzione, ciò nondimeno rappresentano per quegli anni una piccola rivoluzione, anche perchè tra le diverse libertà di ordine fisiologico s’inseriva specifico riferimento all’espressione delle caratteristiche etografiche. Purtroppo con il tempo si è andata consolidando l’idea che fosse sufficiente assicurare a un’animale uno stato di welfare (dieta sufficiente e adeguata, riparo da intemperie, assenza di stress o di malattie, libertà dalla sofferenza e dalla paura) per dare benessere ovvero che welfare e benessere fossero la stessa cosa. Se associamo tale lettura al pietismo zoofilo e all’antropomorfismo tipico della cultura urbana della seconda metà del Novecento, ecco che sinonimo di benessere è diventato assenza da qualunque sollecitazione problematica, in pratica una sorta di gabbia dorata all’interno della quale racchiudere l’eterospecifico.

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Animal Machine by Alem Alquier

Questo paradosso è stato peraltro peggiorato dall’approccio animalista degli anni ’80 che, pur importante nella discussione degli “interessi animali” e nella proposta di assegnare all’eterospecifico lo status di “paziente morale”, si è concentrato soprattutto su coordinate normative di astensione (cosa non bisognava fare) piuttosto che definire delle coordinate propriamente prescrittive (cosa bisognava fare) per assicurare il benessere animale. Si è consolidata pertanto l’idea che per assicurare il benessere fosse utile ed esaustivo liberare il soggetto dai carichi del vivere, ossia allontanarlo da qualunque condizione di stress. Ma così facendo ci dimentichiamo che il benessere si gioca su un punto di equilibrio dinamico (non omeostatico) tra entrate, in termini di gratificazioni e appagamenti, ed uscite, in termini di fatica, stress e quant’altro.

Purtroppo con il tempo si è andata consolidando l’idea che fosse sufficiente assicurare a un’animale uno stato di welfare

Dal momento che non è possibile azzerare nella vita di un individuo le uscite, giacché stress, frustrazioni e fatica fanno parte della vita, è evidente che privarlo di entrate significa che inevitabilmente, nel giro di poco tempo, il saldo va in perdita. Se fosse vero che basta togliere le uscite per assicurare benessere, una zebra dello zoo dovrebbe essere l’animale più felice di questa terra. Ha sempre cibo assicurato, può dissetarsi ad libitum, è libero da infezioni e infestazioni, non si trova a sopportare sofferenza fisica o paura, gli elementi stressori sono, tutto sommato, pochi… tutte condizioni che in natura non potrebbe certo ritrovare. Se le cose stessero veramente così, mettendo ipoteticamente lo zoo in rapporto diretto con la savana, dovremmo aspettarci che tutte le zebre dalla savana si trasferiscano allo zoo.

Viceversa, l’unica zebra dello zoo si dirigerebbe senza dubbio nella savana. Ciò significa che uno stato di welfare non compensa una mancanza di espressione delle coordinate specie specifiche. Una considerazione che era ben chiara anche ai primi etologi. Qualunque animale è disposto a sopportare fatica, stress, fluttuazioni emozionali e – mi azzardo a dire in tutta sincerità – anche un po’ di sofferenza fisica, pur di vivere una vita piena, ovvero di poter raggiungere i target previsti dal suo assetto motivazionale (il concetto di gratificazione) e poter esprimere fino a sazietà (il concetto di appagamento) le sue coordinate motivazionali.

welfare-well_being_ruth_harrisson_siua_blog_inside2Ecco allora che l’analisi motivazionale – ossia l’inerenza, vale a dire ciò che è “proprio di quel soggetto” in relazione alla specie, alla razza e all’individuo – sta al centro di quel benessere animale proattivo (basato sul fare e non sull’astenersi dal fare) che viene chiamato well being e che, senza antropomorfismo, potremmo chiamare felicità di specie, ovvero ciò che qualunque soggetto caratterizzato da quei predicati naturalmente sceglierebbe di fare, perché è nella sua natura, vale a dire risponde alle sue vocazioni e alle sue doti. Partendo dalle motivazioni è pertanto doveroso, se si vuole assicurare benessere, dare al soggetto l’opportunità di esprimerle in un contesto e in una serie di attività coerenti. Molte persone non si rendono conto di maltrattare il proprio compagno eterospecifico attraverso coccole, carezze e cibo, mettendolo sotto una campana di vetro e lasciandolo nell’inanizione espressiva.

Più diamo welfare più il soggetto si aspetta di vedere esauditi i suoi desideri ovvero le sue espressioni motivazionali.

Come ho già scritto, antropomorfizzare non significa viziare ma maltrattare un eterospecifico. Quando poi ci rivolgiamo al cane – un animale per natura desideroso di operare e di collaborare – ecco che il pietismo diventa la forma più subdola di maltrattamento. Per un cane le coccole e le affettuosità rappresentano preliminari, utili per concertarsi, ma poi l’espressione gratificante e appagante sta in un non detto a parole che tuttavia è esplicito negli occhi del cane: “bene, ma allora… cosa facciamo?”. Se non capiamo questo non comprendiamo il perché di gravi stati di disagio nell’apparente opulenza del quotidiano o il rischio di quelle derive comportamentali (che io evito di stigmatizzare in patologie) che caratterizzano i cani non rispettati nel loro etogramma e nelle loro disposizioni attitudinali. Il welfare tradizionale non compensa tali mancanze anzi, più diamo welfare più il soggetto si aspetta di vedere esauditi i suoi desideri ovvero le sue espressioni motivazionali. Non mi stupisce pertanto che i cani che stanno meglio sono quelli che, pur nella fatica e negli stress, fanno attività e fanno quelle attività coerenti con il loro assetto attitudinale.

E’ necessario pertanto rivedere gran parte della lettura del benessere e dell’interpretazione degli stati di disagio o delle derive, allontanandoci da una cultura che nell’ideologia di una protezione antropomorfa in realtà nega il cane.
Questo è ancor più vero nel gatto, che pochi conoscono a fondo, che tanti pretendono di trattare come un peluche. Le coccole compulsive sul gatto sono una forma di tortura, così come l’incapacità di capire che per il gatto lo spazio espressivo e la possibilità di ricavarsi una propria dimensione, senza essere asfissiato di richieste affettive, sia la vera garanzia di benessere.