Sono dell’idea che si possa valutare qualcosa solo conoscendola, per questo sono solito leggere libri, ricerche o articoli di autori che hanno linee di pensiero diverse dalla mia, alcune volte addirittura opposte. Proprio in uno di questi ho letto una definizione, di sicuro semplicistica, ma azzeccata della differenza tra addestramento ed educazione.
L’educazione è la formazione dell’individuo, lo sviluppo delle sue facoltà mentali, sociali e comportamentali.
L’addestramento è lo sviluppo e l’affinamento di particolari abilità mediante la pratica di una certa disciplina.

Dalla definizione si capisce benissimo che sono due cose completamente diverse, che hanno obbiettivi diversi e leggendo queste definizioni si intuisce il motivo delle continue diatribe tra educatori ed addestratori. Facendo un confronto con l’uomo, basandoci su ciò che abbiamo appena appreso, possiamo pensare all’educatore come un maestro di scuola, un genitore, un pedagogo, ovvero colui che con amore, determinazione e fermezza ci insegna le regole per stare al mondo e coltiva i nostri talenti. Mentre possiamo pensare all’addestratore come un coach, un allenatore di calcio, di basket o di nuoto, che, nel rispetto delle nostre predisposizioni, esalta la nostra indole e insegna a valorizzare i nostri talenti.

Nessuno pensa che le due cose siano incompatibili tra loro, ma sono propedeutiche. Nel mondo cinofilo alcuni professionisti (e di conseguenza molti proprietari) confondono il significato dei due termini.

L’educazione si trasforma, spesso e volentieri, in addestramento di base, anche se l’educazione, rivolta a un umano o a un non umano che sia, non dovrebbe avere nulla a che fare con la performatività (un genitore o un maestro sviluppa le facoltà mentali e comportamentali per rendere un individuo pronto a vivere nel migliore dei modi nel mondo senza pensare alla prestazione).
L’addestramento vero e proprio, invece, diventa addestramento avanzato (dove tutto si basa sulle performance). Quindi su cosa si fondano realmente le varie differenze tra educazione e addestramento?

Partiamo dal presupposto che non ci può essere educazione basata sulle performance (insegnare ad esempio al cane ad autocontrollarsi non ha bisogno della diretta richiesta o del controllo del proprietario); di contro, ci può essere addestramento senza l’assillo della performatività (ad esempio si può valorizzare la ricerca olfattiva in attività dove la vittoria non conta). In effetti, fatte salvo le dovute eccezioni, etologicamente l’uomo viene gratificato nella competizione e appagato dalla vittoria, il cane invece viene appagato dalla sola competizione.

Ciò che caratterizza, quindi, le varie scuole di pensiero sono i metodi e gli approcci usati per educare o addestrare, oltre all’importanza di scegliere se avere come punto cardine dell’insegnamento i bisogni dell’uomo (antropocentrismo) o del cane (cinocentrismo). Cerchiamo quindi di fare un po’ di chiarezza districandoci tra le varie correnti di pensiero facendo, come premessa la differenza tra metodo, approccio e tecnica.
Il metodo è un insieme chiuso di criteri, procedimenti e attività secondo cui si realizza il processo di insegnamento.
L’approccio seleziona dati e impianti epistemologici dalle varie teorie e dalle varie scienze di riferimento e li riorganizza secondo uno schema utile al miglior apprendimento. Individua mete e obiettivi dell’insegnamento, genera uno o più metodi che ne realizzano l’applicazione nelle varie situazioni.
La tecnica, invece, è un insieme più o meno coerente di mezzi, di materiali, di procedure, che può avere una finalità in sé e che può essere al servizio di metodi pedagogici diversi.

Metodo tradizionale: questo è il metodo più antico. Basa tutto sui bisogni che l’uomo ha di controllare il cane e cercare di prevederne ogni reazione. Tutto (o quasi) è basato sulla performatività. Prevede l’inibizione e il controllo dei comportamenti (quindi eliminare ogni espressione non gradita o ritenuta non utile e la costruzione di veri e propri interruttori per pilotare il cane) tramite la ripetizione di una azione in cui si utilizza il cibo come premio (meno spesso un gioco o una lode) per evidenziare un comportamento gradito e la punizione (corporale o psicologica) per far capire al cane che quel comportamento è sgradito.
Questo training porta ad una standardizzazione dei comportamenti, ovvero si creano delle situazioni tipo nelle quali il cane mette in atto dei comportamenti che dovrebbero ripetersi anche in altri ambiti. Ci sono professionisti che, nonostante usino questo metodo, hanno modalità di intervento estremamente opposte fra loro. Di questa categoria fanno parte anche il metodo coercitivo (che usa quasi esclusivamente punizioni come tecniche) e il metodo gentile (che usa come tecniche solo rinforzi o gratificazioni).
A supporto del metodo tradizionale si pone il behaviorismo, secondo cui la mente e i processi cognitivi non possono essere motivo di studio (la mente viene chiamata infatti scatola nera) e tutto quindi si basa sulle relazioni tra stimolo e risposta. Da qui nasce il condizionamento, ovvero il creare delle risposte usando degli stimoli.

Quelli elencati fin qui sono metodi che vengono usati per il mero scopo utilitaristico del cane, dove l’uomo è al centro di tutto e in funzione dell’uomo si condiziona il comportamento del cane (metodi antropocentrici).

Approccio cognitivo: l’approccio cognitivo nasce dall’esigenza di colmare le lacune del behaviorismo e considera la mente come un sistema complesso di regole per cui ogni soggetto non risponde ad una richiesta tramite un automatismo. Non c’è solo il semplice stimolo-risposta, ma una serie di processi mentali che tengono in considerazione sia le dotazioni innate (come ad esempio la razza) sia gli apprendimenti acquisiti durante la vita con le varie esperienze, che rendono il cane protagonista e proprietario di un certo comportamento cosicché ad ogni richiesta non risponde automaticamente con un azione robotica, ma mette in atto il comportamento che, in quel momento, ritiene più giusto.

Approccio zooantropologico: l’approccio zooantropologico nasce dalla necessità di mettere in primo piano la relazione tra uomo e animale individuando le differenze tra le due specie e facendone un punto di forza non di debolezza. Per l’approccio zooantropologico la comunicazione è un aspetto fondamentale e l’apprendimento avviene per consenso e non per controllo.

L’unione di queste due importanti visioni crea l’approccio cognitivo-zooantropologico.

Nonostante l’approccio cognitivo-zooantropologico utilizzi come tecnica rinforzi positivi (quindi premi per lo più sociali) e punizioni negative (non nel senso sgradevole del termine ma semplicemente togliendo qualcosa che al cane piace, per esempio la nostra attenzione, quando fa qualcosa di non conveniente), si differenzia dagli altri proprio per l’importanza che si dà alla relazione e non al rapporto, alla comunicazione e non all’informazione, alle motivazioni non solo di razza ma dell’individuo, alle emozioni e al rispetto dell’altro come parte integrante di un binomio dove non c’è chi è più importante dell’altro.

Detto questo pare ovvio che sia indispensabile educare un cane per il suo sviluppo e il suo benessere, come è importante addestrarlo rispettando le sue predisposizioni ed i suoi talenti.
L’importante è scegliere l’approccio più rispettoso del suo benessere psicofisico e, di conseguenza, il metodo più in linea con le sue predisposizioni.

Immagine di copertina: mydogsname.com

“luca”L’autore
Luca Nigro
Nato e cresciuto in Puglia con la passione per gli animali. Diventa educatore cinofilo SIUA con lo scopo di approfondire le sue conoscenze.