Questo articolo accompagna il film Karollyne di Heloisa Passos e conclude il progetto dedicato all’analisi del rapporto tra gli homeless e i loro cani.
Il primo articolo, già precedentemente pubblicato, accompagna il film Birdie.
A dieci minuti di auto dalla mia abitazione, lungo una strada di montagna in mezzo alla foresta di Rio de Janeiro, c’è un accampamento di senzatetto. Si trova al di là di un muro, per cui non è visibile dalla strada. Ciò che però è quasi sempre ben visibile, quando si percorre quel tratto di strada, è un gruppetto di cani che giocano, oziano o dormicchiano in prossimità di quel muro. Negli anni mi è capitato tante volte di vedere questo eterogeneo gruppo di cani.
Ho sempre trovato questa visione ingannevole perché è ovvio che si tratti di cani curati e ben nutriti, a dispetto del fatto che siano chiaramente cani di strada. Altrettanto strano è il loro numero: mi sembra di vedere cani nuovi ogni volta che passo di là.

A quanto pare, al di là di quel muro c’è qualcuno di eccezionale, e abbiamo fatto sì che questo qualcuno diventasse il soggetto di Karollyne, il secondo film che conclude il progetto di Heloisa Passo per la Field of Vision dedicato agli homeless di Rio de Janeiro e i loro cani (la prima parte qui). Nel 2009, Karollyne, una trans afro-brasiliana, e una sua amica, entrambe senza una casa, andarono a vivere in un edificio abbandonato. Più tardi, incontrarono due uomini che andarono a vivere con loro in quel medesimo edificio. Le due coppie furono in seguito raggiunge da tre amici, anch’essi senza casa, e oggi queste sette persone formano un gruppo familiare molto stretto.

Karollyne, credit: Heloísa Passos
Karollyne, credit: Heloísa Passos

Questo gruppo si prende cura di 19 cani e 4 gatti, tutti trovati per strada, abbandonati nella foresta, come spesso accade. Karollyne e il suo gruppo li hanno trovati sofferenti, affamati, traumatizzati e ammalati. “Non posso star lì a guardare un animale che soffre e poi andarmene via, se so che potrei aiutarlo”, dice Karollyne. Che lei sia senza una casa e debba lottare duramente per procurarsi il minimo indispensabile per sopravvivere non ha minimamente affievolito il suo desiderio di aiutare questi animali. “Do loro tutto quello che posso, so che con me stanno bene”.

Ogni eventuale perplessità sulla credibilità delle sue affermazioni svanisce nel momento in cui si attraversa la soglia del luogo in cui vive. Gli animali sono davvero ben nutriti e ben curati. I cani vivono liberi di esplorare, correre e giocare; i gatti, in quanto gatti, scelgono i posti più alti da cui osservare il tutto: di tanto in tanto, scendono ad altezza di cane e, con postura di regale sussiego, si mescolano alle passeggiate insieme gli altri. Il branco è tranquillo e posato, anche quando si avvicina uno sconosciuto. Per terra ci sono alcuni piatti con cibo per cani e gatti, e ci sono secchi colmi di acqua pulita. Non c’è caos, non c’è privazione; al contrario, si avvertono un equilibrio e un appagamento collettivo.

La vita di Karollyne è stata plasmata da una sofferenza inimmaginabile e dalla necessità costante di lottare per sopravvivere; abusata da piccolissima, incarcerata da adolescente, aggredita perché transessuale, contemporaneamente a tutto questo, per lei iniziavano gli anni della vita in strada. Tuttavia, anziché sfociare in rancore e autocommiserazione, queste esperienze l’hanno dotata di una straordinaria empatia verso la sofferenza dei più deboli. “La mia felicità è prendermi cura di tutti gli animali che soffrono: cani, gatti, scimmie”, dice, “Tutti noi qui cerchiamo di dare loro da mangiare e di curarli. È ciò che io desidero.”

Le uniche volte che avverto in lei una certa rabbia è quando mi parla della gente che abbandona gli animali di cui si prendono cura. “È gente ricca. Arrivano qui e gettano i cani fuori dalle auto, li lasciano morire di fame. Come si può essere tanto crudeli?”.
Gli homeless sono sempre e indistintamente giudicati e condannati dall’ambiente borghese. Mi colpisce l’assurdità della dinamica: un gruppo di persone che non ha quasi niente, che letteralmente non sa se riuscirà a procurarsi il prossimo pasto, si accolla un impegno che viene invece rifiutato da persone che hanno tantissimo.
“Non so come certa gente riesca a dormire la notte”, dice Karollyne.

La settimana scorsa, mi sono recato all’accampamento per mostrare loro la versione finale del film; Karollyne, suo marito e uno dei loro amici mi hanno salutato sul ciglio della strada insistendo per mostrarmi qualcosa: era un cane, l’ultimo che avevano soccorso dopo che il film era già terminato; un cucciolone bianco di un anno circa, gettato nella foresta, trovato tre settimane prima. “Quando l’abbiamo raccolto, era moribondo, tutt’ossa, pieno di pulci, gli occhi spenti, debolissimo”, mi ha detto Karollyne. E ora, quel cane giocoso, pieno di vita e ben curato era la prova delle costanti cure e attenzioni che gli erano state fornite fin dal primo momento. Mi parlavano da genitori orgogliosi, esaltandosi mentre narravano nel dettaglio degli amici che si era fatto nel branco e con quali cani invece avesse ancora qualche screzio.

Come ci mostra il film, il mondo che Karollyne e la sua famiglia allargata hanno saputo costruire si rivela straordinario da molti punti di vista. Sottolinea anche un modello di vita molto interessante. In molte città, esistono, da un lato, progetti che hanno lo scopo di aiutare gli homeless e, dall’altro lato, progetti che si occupano degli animali che vivono in strada. Il gruppo di Karollyne ha creato una dinamica che risponde a entrambe le necessità: salvano degli animali, ma provvedono anche ai bisogni di persone emarginate dalla società dando loro la possibilità di lavorare e sentirsi realizzate.
Da questo film che illustra l’informale rifugio di Karollyne potrebbe scaturire un’idea: la progettazione di rifugi gestiti da homeless che amano gli animali.
La storia di Karollyne è la prova che un progetto del genere avrebbe un potenziale immenso.

[traduzione di Valentina Mota per Siua su permesso di The Intercept]

L’autore
glenn-greenwald-350_sitoGlenn Greenwald (New York, 1967) è uno scrittore, giornalista, avvocato e blogger. Come editorialista per l’edizione americana di The Guardian, nel 2013 è stato il primo a pubblicare le rivelazioni di Edward Snowden sui sistemi di sorveglianze della National Security Agency (NSA, Agenzia per la Sicurezza Nazionale), un’inchiesta che, insieme ad altri giornalisti, nel 2014 gli è valso il Premio Pulitzer di pubblico servizio.
Alla vicenda Snowden è dedicato il documentario Citizenfour, vincitore del premio Oscar come migliore documentario nel 2015, in cui interviene anche Greenwald. Nel 2014, Greenwald è tra i fondatori di The Intercept, una pubblicazione online impegnata nel giornalismo d’inchiesta.
Da alcuni anni, Greenwald vive a Rio de Janeiro, dove, lui amante dei cani, ha iniziato a interessarsi alle implicazioni sociali della relazione tra gli homeless e i loro compagni animali.

 

Potrebbe interessarti anche: Nella città di Rio, i cani creano un legame con gli homeless che diventa un’ancora di sopravvivenza per entrambi