“Il cane è un animale sociale” è una frase che sentiamo tutti molto spesso, approfondiamo quindi insieme il valore di questa affermazione.
Questo articolo si pone l’obbiettivo di segnalare in linea molto generale e con toni decisamente semplicistici l’argomento della socializzazione ed i motivi che possono essere alla base delle problematiche inerenti al tema.

Nel mio lavoro da educatrice al campo molto spesso arrivano proprietari con cani adulti che hanno seri problemi di socializzazione con i loro simili. I motivi in primo luogo possono essere dovuti a caratteristiche di razza: ci sono tipologie di cani che hanno bassa motivazione sociale e comunicativa e alta motivazione competitiva verso i conspecifici (ad esempio i terrier di tipo bull descritti in un mio precedente articolo) che portano i soggetti ad avere poco piacere nell’interazione con altri cani (per selezione ad esempio i terrier di tipo bull utilizzati in passato per combattimenti fra cani) e su cui si può lavorare per abbassare la soglia di reattività e per aumentare la centripetazione (attenzione rivolta all’interno del binomio cane-proprietario), tuttavia, non volendo snaturare il comportamento, i risultati non saranno mai di avere un cane che avrà piacere nell’interagire con tutti i soggetti che incontra e con cui il proprietario lo fa socializzare, e non quindi di un cane “che va d’accordo con tutti”.

Foto ©Centro Cinofilo Yagolandia

Oltretutto, quello del cane che va d’accordo con tutti è un mito da sfatare, diciamo che le competenze sociali e comunicative (molto alte nei randagi, ovvero quei cani che non vivono con l’uomo, che hanno libera scelta decisionale nell’incontrare o meno altri soggetti e non subiscono l’incombenza dei proprietari nei momenti di interazione), il carattere, le caratteristiche di razza, una corretta socializzazione, potranno far sì, nella migliore delle ipotesi, che il soggetto possa comunicare sempre al meglio con i simili, evitando in ogni occasione il conflitto ma seppur non esprimendo il proprio disappunto con atteggiamenti competitivi, assertivi o aggressivi, il soggetto avrà sempre più appagamento nell’interazione con simili con determinate caratteristiche piuttosto che altre.

Un altro motivo che può portare un cane adulto ad una scarsa capacità di creare rapporti affiliativi può essere una scarsa socializzazione nei primi mesi di vita e anche successivamente (purtroppo a volte la socializzazione è una pratica sconsigliata dagli stessi addestratori che preparano i cani ad attività sportive o analoghe – secondo il loro approccio il cane che fa gare deve essere concentrato sul conduttore e per non distrarsi non deve essere abituato ad aver la possibilità di interagire con gli altri cani) oppure un susseguirsi di esperienze negative che hanno procurato traumi, disagio o malessere ogni qualvolta il soggetto sia entrato in comunicazione con un conspecifico.

Pensiamo banalmente e per semplificare molto ad un bambino (non per paragonare i nostri cani a dei surrogati di bambini, giammai, ma perché anche l’uomo è un animale sociale e anche lui necessità di confrontarsi con altri umani) che dalla nascita fino ai quattordici anni non ha mai avuto la possibilità di incontrare, dialogare ed interfacciarsi con altri bambini e adulti, oppure che le volte che ne ha avuto la possibilità l’interlocutore era sempre impositivo o violento, sicuramente sarà un adolescente e un futuro adulto decisamente problematico e con difficoltà nello stare al mondo.

Molto spesso accade che i proprietari si lamentino dell’atteggiamento competitivo del proprio cane verso gli altri cani nel momento in cui viene tenuto al guinzaglio, la classica situazione in cui il cane da libero non ha volontà rissose e da legato invece sì. C’è da dire che il guinzaglio è uno strumento molto utile come cintura di sicurezza nel momento della passeggiata con cani appunto non socievoli con conspecifici o eterospecifici, con cani fobici che potrebbero scappare in preda al panico per via di un rumore o altro, con cani appena adottati che non hanno ancora relazione solida con il proprietario e con cani con scarso expertise nei confronti del mondo (oltre che essere obbligatorio con lunghezza un metro e mezzo per legge nelle città). Questo strumento (soprattutto se corto o utilizzato in malo modo per strattonare) diventa una costrizione nel momento in cui il cane che stiamo tenendo vuole comunicare con un simile.

In natura ovviamente non esiste il guinzaglio durante gli incontri tra cani e la comunicazione viene sfalsata da questo attrezzo che, non permettendo di prendere distanze e di muoversi come vogliono, oltre che mettendo tensione e trasmettendo lo stato d’animo spesso di ansia del proprietario, crea malintesi comunicativi fra i cani. Inoltre spesso i proprietari vogliono fare conoscere due soggetti che già a distanza non ne hanno nessuna intenzione e stanno già dicendosi l’uno all’altro “tu non mi piaci”, i conduttori sottovalutano o non comprendono queste comunicazioni e trascinano l’uno verso l’altro i cani che spesso a quel punto sottolineano con vigore il non piacersi, espresso precedentemente.

Un altro motivo che porta il cane ad avere atteggiamenti diversi nel momento in cui è al guinzaglio è una forma di protettività verso il proprietario nell’incrociare altri cani (o persone), del tipo “lui è roba mia, me lo gestisco io e tu non ti devi avvicinare”. In quel caso la deriva della motivazione protettiva tende ad allontanare chiunque (cani o umani) dalla bolla che ha creato il soggetto intorno al conduttore, è utile dunque in primo luogo in linea di massima lavorare sul posizionamento sociale e, in modo controlaterale, per abbassare questa protettività.

È facile anche che l’atteggiamento di un soggetto nell’interazione con i suoi pari possa mutare in presenza di risorse (alcuni addirittura nelle vicinanze della ciotola dell’acqua), motivo per cui nel nostro centro cinofilo è vietato l’uso di giochi e cibo in presenza di più di un cane durante un momento di socializzazione. Si tratta di espressioni di possessività (volontà di sottolineare il possesso di una risorsa). La motivazione possessiva se portata ad una deriva o in caso di cani che vengono continuamente sottoposti a “sfide” dagli stessi proprietari (il classico “metto le mani nella ciotola del cane perché così capisce che sono il capobranco” è un qualcosa che porta il cane a sviluppare questo tipo di comportamenti) può portare atteggiamenti problematici anche nei confronti del nucleo famigliare. In linea generale il lavoro da fare in questo caso è di incentivare la motivazione controlaterale, la collaborativa, aumentare anziché sottrarre il numero delle risorse e cercare di creare momenti di condivisione, collaborazione, cooperazione e scambio in caso di soggetti in fase evolutiva e in caso di soggetti adulti, evitare di esporlo a situazioni in cui potrebbero esserci risorse su cui esprimere la possessività verso i suoi simili.

Talvolta la tollerabilità di un soggetto cambia se il luogo in cui avviene l’incontro è per uno dei cani inteso come “casa propria”. La territorialità subentra in queste situazioni ed è per questo che consigliamo sempre, sia in caso di nuove conoscenze fra cani, sia in caso di adozione di un secondo cane in una famiglia dove ne è già presente uno, una serie di incontri in un luogo “neutro” che nessuno dei due sente come suo.

Spesso anche le situazioni di staticità portano i cani a tollerare di meno la vicinanza dei simili, per questo spesso al campo consigliamo ai proprietari, dove vi è la necessità, di non sostare troppo a lungo in un posto, ma di intraprendere una camminata rilassata e continua: in movimento il cane non territorializza e non va in protettività di risorse o del nucleo famigliare. Il movimento, ovviamente mai scattoso o nervoso, distende e le distanze aiutano sempre la socializzazione.
Succede sovente che la paura di un cane verso i propri simili sia intesa dai proprietari erroneamente come aggressività. Atteggiamenti di allontanamento, richiesta di spazio, espressi in ringhi o morsi all’aria (o al guinzaglio in abbai scambiati per aggressioni) accompagnati da posture di paura e disagio e non di assertività e sicurezza sono sinonimo di insicurezza e timore. “Il mio cane non va d’accordo con nessun cane, vuole mangiarseli tutti quando siamo al guinzaglio”, per poi scoprire che, una volta slegato, per mancanza di capacità comunicative, occasioni di libertà, sicurezza e possibilità di socializzazioni corrette, si mostra intimorito. Molto importante, come sempre e a maggior ragione, studiare i soggetti con cui un cane con questo tipo di problematica viene a contatto.

Cani troppo assertivi ma anche troppo esuberanti possono peggiorare la situazione e il soggetto radicherà timore e atteggiamenti di allontanamento e chiusura. Utili invece le socializzazioni con cani tranquilli, che possano lasciare spazio di movimento, esplorazione e possibilità di decidere al soggetto che man mano potrà prendere fiducia e sicurezza.

Le aree cani sono purtroppo luoghi spesso tristemente conosciuti per risse fra gli ospiti che le frequentano. Ovviamente non vi è attenzione nell’inserimento dei cani, nell’uso delle risorse che creano competizione, non viene fatto caso alle prevaricazioni o al disagio che subiscono alcuni cani, il tappeto olfattivo sul posto non è sicuramente intriso di feromoni gradevoli. Il canale feromonale è un canale comunicativo molto importante per il cane che attraverso i feromoni rilasciati dai conspecifici che sono stati in quel luogo precedentemente riesce a trarre informazioni, rilassarsi o mettersi in allerta del tipo “ho paura, qui c’è stata da poco un’azzuffata”.

Gli incidenti che accadono in area cani sono solamente l’espressione più plateale del disagio che vivono alcuni cani nel dover obbligatoriamente dividere uno spazio con soggetti che non apprezzano, ma ci sono indicatori più sottili del fatto che alcuni di loro in quella situazione non se la passano bene. Un buon proprietario, che ha necessità per stile di vita di frequentare l’area cani, dovrebbe sempre fare molta attenzione ai simili con cui inserisce il proprio cane ed avere studiato un minimo la comunicazione canina, di modo da riuscire a capire i segnali di stress, da notare le espressioni di disagio o abuso fatte o subite dal proprio cane di modo da non tenerlo in quegli stati emotivi.

Non dimentichiamoci che tante volte quello che per noi sembra essere un momento di gioco può essere invece un confronto poco piacevole e decisamente acceso che può sfociare in tensioni e portare ad uno scontro, quello che per noi sono belle e gratificanti corse fra cani, nell’ottica del “deve correre così si stanca e a casa dorme e sta tranquillo” (guardate i randagi così equilibrati e bravi a comunicare quanto poco corrono e quanto tempo della loro vita passano a riposare!), sono per i soggetti un’espressione di un atteggiamento predatorio e pensiamo dunque a quanto male possa viversela il cane rincorso visto dagli altri come preda.

Foto ©Centro Cinofilo Yagolandia

Non commento i proprietari che buttano il proprio cane in area cani e ritornano in macchina lasciandolo lì ore e ore, senza valutare le conoscenze che sta facendo, il suo stato emozionale, il suo livello di disagio o meno, mentre loro stanno con il sedere incollato ai sedili, con gli occhi puntati sul cellulare e al caldo.
Trovo anche terrificanti le “teorie dei bolgisti” che, seppur a volte qualificandosi da professionisti, inseriscono a caso tutti insieme i cani nelle socializzazioni (a volte per mancanza di spazio nelle aree o perché non hanno il numero adeguato di zone di socializzazione o per seguire l’atteggiamento freakettone del “volemose tutti bene”), spesso secondo la logica del “chi più ne ha più ne metta, è bello vedere tanti cani insieme”, secondo la brutale mentalità del “i cani si arrangiano da soli”.

In quelle bolge i presenti farebbero volentieri a meno di venir massacrati di monte e assertività da quello più forte di loro, di venir inibiti da quello che non lascia possibilità di movimento e deve controllare tutto, e allo stesso modo i prevaricatori e i controllori farebbero volentieri a meno di radicare una volta in più questi comportamenti che producono comunque anche a loro stress. Così vediamo cuccioli già di loro lontani dall’essere cuor di leone, buttati con adulti non equilibrati e assertivi che chiudono ulteriormente la loro già scarsa curiosità e fiducia nel mondo, e via di seguito nel susseguirsi di innumerevoli situazioni che segnano i soggetti nell’immaginario delle interazioni con i propri simili.

A mio parare, noi siamo guide per i nostri cani e dobbiamo sostenerli ed essere presenti in giusta misura (senza esagerazioni perché altrimenti a volte sbagliando potremmo andare ad inibire o a costringere un comportamento) e quando serve in un momento così importante come quello della socializzazione, quindi frenare, fermare, stoppare, arrestare, se il comportamento del nostro cane mette a disagio o crea difficoltà ad un altro, spostandoci e controbilanciando con il nostro spostamento la distanza dal cane in difficoltà; aiutare, proteggere e nel caso allontanarsi con il nostro cane da quelle situazioni in cui è lui ad essere vittima di sopraffazioni (ben inteso che gli abusi non sono espressi solo se l’altro cane senza motivo ringhia o morde il nostro, ma spesso ripetute e non giustificate posture di chiusura o inibizione o giochi predatori troppo spinti ed esagerati lo sono allo stesso modo); gratificare, incentivare, gli atteggiamenti positivi, in una parola: guidare e seguire le interazioni dei nostri cani. Per essere dei buoni referenti occorre inoltre imparare in che modo e se intervenire, perché un nostro intervento se fatto in maniera inopportuna e nel momento sbagliato può far più male che bene.

Detto questo, sicuramente è doveroso ricordare che l’aggressività è radicata nell’etogramma del cane (come di tutti gli animali, e anche dell’uomo) come componente essenziale in quanto rappresenta una strategia e un modo per raggiungere uno scopo, oltre a contribuire al mantenimento e all’evoluzione della specie. Essa non va dunque demonizzata, tuttavia se un cane propende sempre a scegliere un comportamento aggressivo come soluzione in tutte le situazioni e diventa dunque una modalità espressiva ricorrente è necessario capirne i motivi e cercare di migliorare la qualità di vita di quel soggetto.

Tutti i suggerimenti che leggete in questo articolo sono molto semplificati e generali. La soggettività ha un’importanza magistrale nella socializzazione come in tutte le attività educative o rieducative e bisogna quindi sempre conoscere e valutare il cane coinvolto di volta in volta.
Le socializzazioni sarebbero esperienze da svolgere, quando possibile, in presenza di educatori, che dopo un’attenta valutazione del vostro cane possono scegliere in modo adeguato i conspecifici con cui è meglio farlo interagire.

È importante che il cane possa vivere dei momenti di interazione in modo corretto, mai forzato, perché come sottolineavo all’inizio, un’esperienza di socializzazione negativa, a maggior ragione se ripetuta, può segnare il soggetto, chiuderlo, inibirlo o renderlo reattivo in futuro.

Immagine di copertina: tumblr

“stephaniaL’autrice
Stephania Giacobone
Nasce nel 1987 a Ginevra. Passa i primi anni della sua vita a Courmayeur, Valle d’Aosta con i suoi primi due cani: Holly, un barboncino e Maurice, un boxer. Dopo gli studi universitari umanistici e teatrali a Torino e un master biennale di scrittura alla Scuola Holden, torna a vivere in Valle d’Aosta, con il suo cane, un Amstaff di nome Yannick. Inizia a collaborare a tempo pieno con Laurent Pellu nel loro Centro Cinofilo Yagolandia dal settembre 2014. Frequenta il Corso per Operatori di Zooantropologia Didattica SIUA. A febbraio 2017 entra a far parte della sua vita il suo secondo cane, Maya, una meticcia mix Amstaff/Cane Corso. Conclude il Corso Educatori Cinofili SIUA nel novembre 2016 e un anno dopo inizia il Corso Istruttori Cinofili SIUA. Quotidianamente divide il tempo fra le sue due passioni/lavori: la cinofilia e la scrittura.