Dopo circa una decina d’anni dall’uscita del volume “Fondamenti di zooantropologia – volume 2, zooantropologia applicata“, ho finalmente chiuso quello che sarà il volume 1 dedicato alla zooantropologia teorica, che verrà pubblicato sempre da Alberto Perdisa all’inizio del 2014. Molti mi hanno chiesto perché abbia fatto precedere la seconda parte alla prima e devo riconoscere che molte sono le ragioni. Innanzitutto il bisogno di chiarire la struttura epistemologica della zooantropologia onde specificare i presupposti teorici, il focus della ricerca, le metodologie d’indagine, gli obiettivi di conoscenza, le prassi di valutazione.

Il mio intento era principalmente quello di differenziare la zooantropologia da altre aree di ricerca sul rapporto uomo animale – quali la bioetica animale, l’etnozoologia, la zoostoria – o da una lettura multisciplinare quale si riscontra in genere nei cosiddetti “animal studies” ove ci si concentra sul focus tematico (il rapporto dell’uomo con le altre specie) e lo si affronta utilizzando gli apparati epistemologici delle varie discipline. Con questo non voglio sminuire l’importanza degli studi multidisciplinari o realizzati secondo altre epistemologie disciplinari: per esempio la bioetica animale studia i valori in campo che si devono tenere in considerazione nel rapporto tra l’essere umano e le altre specie. Ma la zooantropologia non si occupa di questo.

D’altro canto l’idea che la relazione “uomo-eterospecifico” sia nient’altro che un argomento reca in sé una serie d’ipoteche alla focale di ricerca della zooantropologia, ostacolando l’individuazione del “proprio-della-relazione”, portando:

  • alla concezione antropomorfica che vede nell’eterospecifico una sorta di surrogato;
  • alla concezione reificatoria o strumentale che vede nell’eterospecifico un oggetto o uno strumento;
  • alla concezione categoriale che prende in considerazione non l’individuo (quel particolare soggetto) ma la categoria di appartenenza (la specie o la razza).

Se affrontiamo la relazione con taglio tematico perdiamo di vista la relazione stessa.

Il “proprio-della-relazione” consiste nel far emergere:

a) il dialogo intersoggettivo basato su quel particolare essere umano e quel particolare individuo eterospecifico;
b) l’assunzione dei predicati di soggettività (non è un oggetto) e di diversità (ha delle caratteristiche specie-specifiche) ovvero una peculiarità della relazione che s’instaura tra essere-umano ed eterospecifico;
c) le dimensioni di relazione, vale a dire il ruolo interscambiato nel processo relazionale e la conformità di esso rispetto alle aspettative motivazionali dell’eterospecifico, ciò che ho definito come well being. Come si vede, la zooantropologia offre una nuova focale d’interpretazione, che si affianca alle altre già vigenti ma che non le sostituisce: la zooantropologia non è una bioetica animale.

zooantropologia_teorica_siua_blog_inside2
Aristotele studia gli animali

L’incontro intersoggettivo consente all’essere umano d’incontrare l’eterospecifico su spazi nuovi rispetto alle aspettative antropomorfiche, reificanti e di categorizzazione, dando alle doti dell’eterospecifico la possibilità di esprimersi e non costringendole all’interno di aspettative prefissate. Si tratta di valutare questi spazi nel loro valore di reciproco potenziamento, uscendo dall’idea essenzialistica di uno spazio da lasciare puro e incontaminato: l’incontro con l’altro è sempre contaminante. In questo senso, secondo l’ipotesi zooantropologica, essere umano ed eterospecifico nell’incontrarsi danno vita a una condizione ibrida che potenzia entrambi, esattamente come l’incontro tra amici che abbiano conoscenze o caratteri differenti tra loro, realizzando attività che né l’uno né l’altro potrebbero conseguire da soli.

Se è vero che la zooantropologia dà voce al talento e alla soggettività all’eterospecifico, è ancor più vero che rifiuta quella concezione puerile dell’eterospecifico – come un’entità che va semplicemente accudita e riempita di coccole nonché di “gratificazioni antropomorfe” – che è di fatto una svalutazione dell’apporto che l’eterospecifico dà attraverso la relazione. In questo senso la zooantropologia rifiuta l’azzeramento del valore relazionale che ha caratterizzato la cultura disneyana della seconda metà del Novecento. La banalizzazione dell’eterospecifico e l’idea di animale come puer da preservare sotto una campana di vetro porta all’antropocentrismo autarchico e autopoietico, ossia all’idea che l’essere umano sia bastevole a se stesso.

Questo atteggiamento, apparentemente protettivo, in realtà è quanto di più specista si possa immaginare, perché trasforma l’essere umano in un demiurgo che nega quanto le altre specie gli hanno dato lungo il cammino culturale e neglige quanto ancora abbia bisogno di questa relazione.

zooantropologia_teorica_siua_blog_inside1Lo specismo è infatti prima di tutto una svalutazione dell’alterità. Il mio lavoro nel volume 1 di Fondamenti (Zooantropologia teorica) si è focalizzato proprio sull’importanza della relazione con l’eterospecifico in quel processo di fondazione dell’umano che viene solitamente chiamato dagli antropologi “antropo-poiesi“.

Come sappiamo, il pensiero tradizionale vuole l’antropopoiesi come un processo autonomo dell’essere umano, negando agli eterospecifici qualunque co-fattorialità nella costruzione di quell’edificio culturale che dimensiona l’ontogenesi umana.
Secondo la teoria zooantropologica da me presentata in questo saggio, la cultura è un frutto ibrido e proprio per questo è possibile affermare che lo spazio antropo-poietico non discende direttamente dalle caratteristiche filogenetiche dell’uomo. La visione zooantropologica si basa sul concetto di referenza animale dove l’eterospecifico, come alterità capace di operare dei cambiamenti sull’uomo attraverso eventi dialogici, è fondamentale per comprendere i predicati umani.

L’antropo-poiesi non è pertanto un processo autarchico ma un evento coniugativo con l’alterità animale, che di conseguenza non viene letta come cifra regressiva – l’animalità come condizione perduta – ma come controparte capace di inaugurare nuove dimensioni ontologiche per l’essere umano.

Possiamo perciò affermare che lo zoomorfismo è stato ed è tuttora la più importante forma di grammatica generativa

Nell’impostazione zooantropologica si viene a creare un piano mimetico, una sorta di processo di concepimento – ovviamente di tipo culturale – tra uomo ed eterospecifico capace di far germogliare nuovi predicati nell’essere umano.
La cesura sta nel considerare l’eterospecifico, come controparte ibridativa, e il teriomorfo, come risultato ibridativo, non più nella logica dell’utilizzo e dell’esteriorità – il non umano come un guanto, utile per compiere particolari azioni ed esterno alla mano – bensì in quella della coniugazione e dell’infiltrazione. Secondo la zooantropologia lo spazio culturale emerge contemporaneamente all’incontro con l’eterospecifico perché frutto della dialettica referenziale. Il modello animale non è cioè il materiale attraverso cui l’uomo esprime le sue creazioni, non è la tavolozza di colori che permette di dar sfogo al nostro immaginario figurativo: secondo la teoria che presento quelle creazioni non sono dell’uomo bensì emergono dall’ibridazione con l’eterospecifico, ovvero mescolando l’uomo al non umano.

zooantropologia_teorica_siua_blog_inside3Se osserviamo le diverse espressioni di teriomorfismo presenti nella pittura e nella musica, nella moda e nella pubblicità, nelle soluzioni tecnologiche e nel design tecnologico, nei modelli narrativi della letteratura e del cinema, nelle figurazioni cinestesiche della danza e delle arti marziali, non si può negare che lo spazio antropo-poietico ricordi il processo del “farsi animale”. L’animalità è pertanto una sorta di collante che ci consente di osare oltre il consueto e di sperimentare nuovi modelli esistenziali utilizzando tuttavia una semiotica condivisibile. L’esperienza con il mondo animale, per quanto caricabile di pregiudizi, tende comunque a essere facilmente utilizzata come chiave comunicativa proprio per il suo carattere universale e per la vastità del lessico: la biodiversità diventa un orizzonte di possibili partner ibridativi, un continente-vocabolario di parole da far emergere attraverso l’atto coniugativo, l’estasi nell’alterità animale.

Possiamo perciò affermare che lo zoomorfismo è stato ed è tuttora la più importante forma di grammatica generativa ovvero di coniugazione linguistica a disposizione dell’uomo. La mediazione dell’eterospecifico o zoomimesi è molto più complessa e permeata nei meandri dell’antropo-poiesi e pertanto non sempre è facilmente disvelabile: anche questo è un compito che si prefigge la ricerca zooantropologica. Ma ancora una volta sbaglieremmo a ritenere questo processo di cooptazione di virtù animali all’interno della kosmopolis umana come un semplice atto di imitazione. La “zoomimesi” è un fenomeno complesso che ha fatto dell’uomo il meno isolato e il meno autosufficiente degli animali. La nostra vita di uomini è circondata di sapienze animali, si sostiene sull’ibridazione con l’animale, è fondata su segni animali. Il fatto che l’uomo sia così elusivo nel rendere conto di questo debito la dice lunga sulla sua entità.