Questo articolo introduce Birdie di Heloisa Passos per la Field of Vision, il primo di una serie di due cortometraggi. Un secondo articolo introdurrà il secondo cortometraggio Karollyne.

Come in molte città del mondo Occidentale, anche a Rio de Janeiro (la seconda città del Brasile per numero di abitanti) sono migliaia le persone che vivono per strada senza fissa dimora. Si tratta di una comunità che include famiglie intere, bambini, uomini e donne che vivono in solitudine, vecchi e giovani. Molti sono senza casa da anni, con scarsissime probabilità di uscire da questa situazione, specialmente ora che il Paese sta affrontando un’emergenza economica sempre più grave che affianca misure di austerity spesso crudeli. A Rio, i senzatetto sono presenti numerosi in quasi tutti i quartieri, compresi quelli più esclusivi frequentati dai turisti.

Essere un senzatetto a Rio o in una qualunque altra grande città è virtualmente identico: è una condizione di vita che implica una deprivazione materiale ed emozionale difficili da immaginare, comporta il non avere speranze, conduce a una invisibilità sociale e un totale isolamento. Ma c’è un particolare che risalta nel caso di Rio: tanti senzatetto hanno cani che provengono da una situazione di vagabondaggio, cani di strada disperati e rifiutati da tutti.

Molti vivono per strada con i loro cani da anni. Si prendono cura di loro come e spesso più delle famiglie della classe media che possiedono un animale d’affezione. Il legame profondo che si forma tra di loro è peculiare e insostituibile, e molto eloquente.

Birdie, un film di Heloísa Passos sui senzatetto di Rio e i loro cani, credit: Heloísa Passos

C’è una grande diversità nel modo in cui i senzatetto vivono i loro cani: Anderson Bernardes Carneiro (“Birdie”), il protagonista del primo cortometraggio della Field of Vision (clicca qui per leggere l’intervista alla regista), ha trentacinque anni, proviene dalla regione amazzonica e fa il venditore di frutta; dopo avere trascorso dodici anni in prigione, ora vive una vita prevalentemente solitaria tra le strade di Rio con i suoi due cani. Karollyne, la protagonista del secondo documentario, è una transessuale che, nel tempo, è diventata la matriarca di un gruppo di otto persone che vivono nella foresta e si prendono cura di diciannove cani e quattro gatti: questi animali sono stati quasi tutti abbandonati, lanciati fuori da automobili e lasciati nella foresta a morire di fame.

Alcuni senzatetto sono coppie che si prendono cura dei cani come se fossero i loro figli. Alcuni di loro godono della protezione dei cani quando si fermano a dormire in zone pericolose della città, mentre altri mendicano facendo lavorare i cani o esibendoli in cambio di elemosine. In tutti i casi, la brutalità della vita di strada si combina col modo tutto particolare in cui i cani si rapportano agli esseri umani per creare una particolarissima connessione emozionale e psicologica che spesso salva la vita a entrambi, letteralmente.

Ovviamente, Rio non è l’unica città in cui persone senza fissa dimora si prendono cura di cani di strada. Leslie Irvine, sociologa docente all’università del Colorado, ha dedicato gran parte della sua carriera accademica a studiare questa peculiare relazione, concentrando le sue domande sul fatto che tantissimi senzatetto attribuiscono ai loro cani il merito “di aver salvato o cambiato loro la vita”. Il suo libro che porta il titolo Il mio cane mangia sempre per primo: gli homeless e i loro animali documenta come “i senzatetto mostrino un grado di attaccamento ai loro animali che talvolta supera in intensità quello esistente tra le persone con fissa dimora che convivono con animali”.

Negli Stati Uniti esiste un gruppo non profit “che si dedica esclusivamente a fornire cibo e cure medico veterinarie agli animali dei senzatetto”, e si stima che negli Stati Uniti una percentuale tra il 5 e il 10% (con punte del 25% in alcune aree) dei senzatetto viva con animali. Di tanto in tanto, i media statunitensi nei loro reportage sottolineano come “il compagno animale diventi migliore amico e fonte di ossigeno e come, senza di lui, la vita non avrebbe più alcun valore per queste persone”.
Ma c’è dell’altro. Esaminare come i senzatetto creano legami con i loro cani significa capire, come sottolinea Irvine, “la peculiare relazione con questi animali e le storie uniche che caratterizzano ciascuna di queste persone all’interno di quella stessa relazione.”

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Guarda il trailer di Karollyne di Heloísa Passos, credit: Heloísa Passos

Immergersi in questo fenomeno consente di capire meglio la capacità umana di empatia e sacrificio che si esprimono anche negli stati più gravi di disagio e sofferenza.

L’argomento ci consente di approfondire l’analisi del bisogno umano di ricevere amore, di non vivere in solitudine e di godere di un’integrazione sociale; ci consente di capire meglio la distruttiva falsità dello stereotipo che implicitamente noi tutti abbracciamo riguardo alle persone che vivono in strada; ci consente di capire meglio la peculiare capacità dei cani di penetrare, toccare e colmare proprio quelle sfere emozionali e psicologiche che tutti noi proteggiamo con la massima allerta.

Per aprirsi a un nuovo punto d’osservazione occorre mettere da parte tanti pregiudizi molto ben radicati. La professoressa Irvine descrive il cinismo e persino la rabbia che lei provò quando per la prima volta venne a contatto con un senzatetto e il suo cane.
Preoccupata dell’esposizione del cane al caldo insopportabile del deserto del Colorado, e dando per scontato che gli mancassero cibo e acqua, Irvine cercò innanzitutto di “soccorrere” il cane, offrendo all’uomo dei soldi per comprargli l’animale. L’uomo, irritatosi, rifiutò il denaro e lei si rivolse alla Protezione Animali per chiedere loro di “salvare” il cane; ma riuscì solo a farsi dire che non potevano intervenire poiché il cane non stava subendo maltrattamenti.

Solo più tardi, dedicandosi all’osservazione di questa relazione cane-uomo, iniziò a capire come i cani siano spesso più importanti per i senzatetto che per le persone con fissa dimora, e come i primi tengano di più ai loro compagni animali proprio per la diversità delle condizioni di vita. Questa devozione è talmente intensa che molti di loro si rifiutano di trascorrere la notte nei centri di accoglienza che vietano l’accesso ai cani. Preferiscono dormire per strada con il loro compagno, piuttosto che dormire al riparo ma senza il loro cane.

Per quanto riguarda i cani, vivere per strada a fianco di un amorevole compagno umano può significare soffrire poche o addirittura nessuna privazione. La casa è un concetto umano, non canino. “Ovviamente, i cani hanno bisogno di cibo, di cure mediche e di riparo dagli agenti atmosferici”, dice Irvine, “ma non hanno bisogno di una casa. Ciò di cui necessitano è la compagnia dell’uomo e spesso ne ottengono più da un a persona che vive in strada che da un proprietario con un tetto sopra la testa.”

Birdie è convinto che i cani che vivono insieme al loro compagno umano per strada siano “più felici” di quelli rinchiusi tra quattro mura. “Sono più a loro agio, più svegli, più coraggiosi”, dice. “Giocano di più, e si espongono di più ai rischi”.

Quando, molti anni fa, ho cominciato a osservare quanti senzatetto a Rio avessero dei cani, in me ha prevalso il cinismo. Ho dato per scontato che si trattasse di un’astuzia per attirare le simpatie e ricevere più elemosine da parte delle persone che amano i cani. Questo sgradevole assunto è sparito in fretta parlando con le persone che vivono in strada, osservandole quando pensavano che nessuno le guardasse mentre davano da mangiare ai loro cani, mentre somministravano loro le medicine, giocavano allegramente con loro, li baciavano e si lasciavano baciare, quando dormivano abbracciati insieme

Gli esseri umani adorano tutto questo, e coloro che vivono per strada, privati di tutto e di tutti, dedicano attenzione primariamente ai loro cani. Attenzioni che sono ricambiate dai cani, anche loro rimasti senza niente e senza nessuno.

Karollyne con uno dei suoi cani, credit: Heloísa Passos

Ciò che, all’inizio della ricerca, ha accresciuto la mia curiosità nei confronti di questa tipologia di relazione sono state le reazioni alle mie offerte di aiuto.

Perdere fisicamente il proprio cane, trovarsi separati per sempre da lui è l’incubo di chiunque ami un cane. Per questo, all’inizio mi offrivo di comprare un guinzaglio. La reazione era sempre la stessa: “Non ne ho bisogno. Mi segue dappertutto. Non ci separiamo quasi mai. E quando dobbiamo per forza separarci, mi aspetta qui finché non torno.” Il legame persona-cane nel contesto di strada è di connubio totale, e a sua volta produce un legame fisico e mentale forte e affidabile quanto un guinzaglio.

Allora, piuttosto che un guinzaglio per imbrigliare, mi chiedevano medicine o cibo per il cane. Non è mai successo, almeno per quella che è la mia esperienza, che qualcuno usasse i soldi offerti per il cane per comprare invece qualcosa per se stesso: queste persone specificano sempre se la richiesta di offerte venga fatta per il cane o per loro.
Diventa subito chiaro che il benessere del loro cane è la priorità assoluta e la preoccupazione più grande. In altre parole, quelli che hanno maggiormente bisogno sono anche coloro che si votano ad un sacrificio di altissimo livello per altri esseri viventi.

È facile vedere dei senzatetto prendere i piatti di cibo che qualcuno offre loro e, nonostante abbiano fame, dividerne il contenuto a metà con il cane (ed è esattamente questa la scena ispiratrice del titolo del libro di Irvine, Il mio cane mangia sempre per primo). È altrettanto facile vedere dei senzatetto vestiti con abiti logori e consunti sedere al fianco di cani con un pelo ben curato. Quando i loro compagni umani dormono, molti cani rimangono svegli a montare la guardia contro ladri o altri pericoli, un comportamento prezioso in molte zone di Rio. Le persone e i cani di strada si trovano a vicenda e creano un legame reciproco fondato sulle deprivazioni di entrambi e la capacità di sacrificio, forniscono un appagamento a quei bisogni che rimarrebbero altrimenti del tutto negletti. È un prendersi cura l’uno dell’altro, non c’è un’azione unidirezionale.

Quando i senzatetto parlano della relazione con i loro cani, sono consapevoli del valore di questa amicizia. Molti, forse la maggior parte, sostengono che la cosa peggiore della loro vita non sia la mancanza di una casa ma, piuttosto, il costante isolamento e l’invisibilità sociale. La stragrande maggioranza delle persone, per una combinazione di senso di colpa e timore, si limita a fingere di non vederli, per strada passano loro accanto senza nemmeno registrarne la presenza. È un processo di disumanizzazione puro e semplice: i senzatetto non sono nemmeno più visibili agli occhi degli altri, sono del tutto discriminati; non hanno un ruolo sociale, non sono inseriti in alcuno schema funzionale, il loro distacco dal resto della società è totale.

Ed ecco che i cani costruiscono un ponte di contatto, quel contatto di cui tutti hanno bisogno come di acqua e cibo (è il motivo per cui una condizione prolungata di isolamento sociale è considerata tortura e porta inevitabilmente a disturbi mentali). Le persone che amano i cani sono attirate in un primo momento dai cani che vagano per strada e poi, in un secondo momento, portano la loro attenzione anche sulla povera gente che di quei cani si prende cura. A quel punto il gioco è fatto, all’istante diventa irrilevante il fatto che quelle persone siano dei senzatetto.

Le persone provenienti da background socio-economici diversi si percepiscono a vicenda quasi come degli extra-terresti con nulla in comune. Per gli animali, invece, vale il contrario. I cani che vivono per strada hanno molte più cose in comune che differenze con i cani della classe media e ricca. Non vale in assoluto, ma in generale le cause delle rigide gerarchie fra gli umani non influenzano i cani. “Gli animali accettano gli altri animali”, dice Birdie, invece “gli esseri umano non accettano gli altri esseri umani.”

Dunque è facile, e inevitabile, che un qualunque amante dei cani, indipendentemente dal suo background, scoprirà di avere esperienze, desideri ed emozioni in comune con un senzatetto che adora il proprio cane. L’esperienza di amare e prendersi cura di un cane diventa uno dei pochi mezzi – spesso l’unico mezzo – che i senzatetto hanno per trovare una connessione con la società circostante che, altrimenti, li evita.

Per i sociologi come Irvine, i cani esercitano un ruolo di “catalizzatore sociale”, mettono insieme persone che altrimenti non interagirebbero mai. “Quando le persone parlano dei loro cani”, dice Irvine, “le differenze scompaiono e gli interlocutori si pongono sullo stesso piano. Per un senzatetto, la cui esistenza viene quasi sempre ignorata, si tratta di un valore immenso.”

Birdie descrive così la sua esperienza: “Se mi siedo al lato del marciapiede, nessuno mi parla. Cambiano persino strada per evitarmi… Ma se i cani stanno giocando, allora mi dicono: ‘Oh, che belli.’” Pur consapevoli del fatto che siano i loro cani, e non la loro persona, a innescare l’interazione, questo non diminuisce l’importanza di diventare finalmente visibili. La relazione con i cani risponde a un bisogno vitale umano: ricevere la considerazione dei propri simili.

Birdie su una spiaggia di Rio, credit: Heloísa Passos

Eppure, questo legame offre molto di più, oltre al beneficio tout court dell’integrazione sociale.

Uno degli aspetti che colpisce maggiormente delle testimonianze che si possono raccogliere è quanto spesso ci venga ripetuto che i cani hanno letteralmente salvato la vita di queste persone.
Il cane è il motivatore che libera dall’autodistruzione e dalla dipendenza da droga e alcol, che distrae dagli impulsi suicidi, allevia la depressione, fa ritrovare il desiderio di dare stabilità alla propria vita e migliorarla. Racconta la professoressa Irvine, “questo è il valore di redenzione della relazione, che ho potuto ascoltare innumerevoli volte nei racconti dei senzatetto.”

Come può la relazione con un cane avere tali straordinari esiti, che nemmeno la psicologia, la medicina e il desiderio di autonomia tutti insieme spesso riescono a dare?
Una spiegazione sta nel fatto che la responsabilità di prendersi cura di un altro essere vivente fornisce propositi, obiettivi e autostima, tutti bisogni vitali per l’essere umano. Un’altra spiegazione sono l’appagamento del bisogno di conferme e l’autostima che derivano dall’amare un cane. Irvine lo spiega così: “Noi abbiamo una rappresentazione ideale del cane – ama incondizionatamente, non mente, non giudica – e dunque, se un essere tanto nobile mi ama, allora deve esserci per forza qualcosa di buono in me.”

La qualità del non giudicare del cane è di capitale importanza. Vivere per strada significa subire un’implicita perenne condanna. Il senzatetto sa esattamente cosa la società pensa di lui. Lo percepisce in ogni tentativo di evitamento, ogni manifestazione di sospetto da parte delle forze dell’ordine, ogni atteggiamento di sufficienza o imbarazzo da parte di chi pur si ferma a dare un’elemosina. E capita che si senta persino dire di non essere adatto a tenere degli animali.

Invece loro, i cani, non pensano nulla di tutto questo, non danno giudizi di questo tipo, anzi, eliminano del tutto i parametri del giudizio: si limitano ad amare, adorare e proteggere chi li tratta bene. Come dice Birdie nel filmato: “Che l’altro sia più bello o più brutto, più ricco o più povero, le persone si parlano sempre contro le une con le altre. I cani, no.” Per le persone che vivono in strada, essere colmate di amore, affetto e apprezzamento significa davvero vedere il loro mondo che cambia, e tante ottengono tutto questo dai loro cani.

In sostanza, non siamo in grado di capire del tutto la relazione uomo-cane perché non siamo in grado di capire del tutto i cani. Essi percepiscono il mondo in modo diverso, pensano in modo diverso, reagiscono in modo diverso. E sicuramente rispondono ai bisogni umani in modi del tutto diverso da come farebbe un altro essere umano.

E ancora meno possiamo affermare di sapere riguardo alle relazioni nei contesti di vita dei senzatetto. Come scrive Irvine: “Gli studiosi sono arrivati a capire molto delle dinamiche che regolano le relazioni uomo-altri animali, ma finora la ricerca si è dedicata principalmente alle relazioni presenti nei contesti sociali di livello medio-alto. Sappiamo poco di come queste relazioni si sviluppino ai margini della società, fra coloro che vivono per strada e non all’interno di una casa.”

Ciò che sappiamo è che i cani si sono evoluti vivendo a stretto contatto con gli esseri umani per migliaia di anni. L’essenza del cane è inesorabilmente legata alla sua relazione con l’uomo. Come Irvine spiega, “numerosi studi comprovano come i cani ricerchino il nostro sguardo, guardino nella direzione in cui noi puntiamo il dito perché vogliono guardare ciò che noi stiamo guardando. Questo dimostra che condividono una intersoggettività, quel senso di “voglio sapere cosa stai pensando”.

Poiché predisposti ad avere relazioni sociali così intime con gli umani, tutto nei cani – la mimica facciale, il linguaggio del corpo, le loro sensazioni tattili, il modo di esprimere le emozioni – è in grado di suscitare risposte emozionali e psicologiche che, per molte persone, sarebbero altrimenti inesprimibili. Nelle società occidentali dell’era industriale, le attività tradizionali di cacciatore e pastore nel cane non sono più così diffuse, ma la relazione uomo-cane è diventata sempre più popolare e sempre più importante (BrasileStati Uniti sono in cima a questa classifica). Questo perché i cani ci forniscono in maniera unica qualcosa di altamente prezioso.

Tutti proviamo l’allettante desiderio di indossare una corazza, di costruire uno scudo rigido di protezione attorno ai nostri più vulnerabili bisogni emozionali e psicologici nel vano sforzo di farli scomparire ed eliminare così il dolore proveniente dall’impossibilità di soddisfarli. E’ uno sforzo inutile, perché questi bisogni sono intrinseci all’essere umano e non possono essere inibiti così, semplicemente; per contrasto, ciò che un processo consapevole di chiusura affettiva può causare sono paura, amarezza, incapacità di amare e una profonda frustrazione. Il chiudersi per proteggere se stessi è un processo quasi obbligato per chi vive per strada con scarsissime possibilità di appagare i propri bisogni emozionali e psicologici.

I cani abbattono queste barriere. Raggiungono e illuminano quelle parti psichiche ed emozionali dell’essere umano tanto spesso dimenticate. Per coloro che soffrono gravi stati di deprivazione, si tratta di un dono immenso, che produce felicità e gratitudine, emozioni che a loro volta producono altri doni per quei cani che decidono di condividere la strada con gli umani, creando un circolo virtuoso di cura e di affetto che nutre entrambi e ne fortifica costantemente il legame reciproco.
Possiamo imparare tanto sulle persone che vivono per strada e sui loro cani gettando uno sguardo sulle vite di persone come Birdie e Karollyne, magari cogliendo l’occasione per rivolgere qualche critica a noi stessi.
Potete trovare qui il cortometraggio Birdie e leggere qui l’intervista alla regista.

[traduzione di Valentina Mota per Siua su permesso di The Intercept]

L’autore
glenn-greenwald-350_sitoGlenn Greenwald (New York, 1967) è uno scrittore, giornalista, avvocato e blogger. Come editorialista per l’edizione americana di The Guardian, nel 2013 è stato il primo a pubblicare le rivelazioni di Edward Snowden sui sistemi di sorveglianze della National Security Agency (NSA, Agenzia per la Sicurezza Nazionale), un’inchiesta che, insieme ad altri giornalisti, nel 2014 gli è valso il Premio Pulitzer di pubblico servizio.
Alla vicenda Snowden è dedicato il documentario Citizenfour, vincitore del premio Oscar come migliore documentario nel 2015, in cui interviene anche Greenwald. Nel 2014, Greenwald è tra i fondatori di The Intercept, una pubblicazione online impegnata nel giornalismo d’inchiesta.
Da alcuni anni, Greenwald vive a Rio de Janeiro, dove, lui amante dei cani, ha iniziato a interessarsi alle implicazioni sociali della relazione tra i senzatetto e i loro compagni animali.

 

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