La storia

Ho sempre pensato che per conoscere un argomento in tutti i suoi aspetti sia doveroso approfondire anche le sfumature meno piacevoli e più ombrose. Per questo vi condurrò attraverso il mio articolo nella storia di una razza che ha affrontato e sta affrontando le più grandi controversie mediatiche, di leggi e restrizioni più di qualunque altra.
Così è stato il mio approccio verso la razza di cani che più amo e a cui sono più legata: genericamente i Terrier di tipo Bull e più nello specifico i Pit Bull e gli American Staffordshire Terrier.

Da molti chiamati erroneamente molossi, essi conservano una gran parte delle caratteristiche dei terrier. I nostri bisnonni li chiamavano Bulldog, Bull-Terrier, Boston Bull, Yankee Terrier, Pit Terrier o semplicemente Bull. La loro è una storia che vede sin dall’inizio tratti oscuri e poco lieti. L’uomo ha adoperato su di loro una selezione fine e spietata per riuscire a far emergere negli anni le caratteristiche di tempra e gameness (ovvero la massima determinazione nel raggiungere un risultato) che potessero essere utili prima per domare i bulls, i tori, che andavano al macello e poi nell’attività dei combattimenti fra cani.

Il termine Bulldog (Old Bulldog) comparve per la prima volta nel XVII secolo, indicava il cane utilizzato per i combattimenti contro i tori (bull-baiting), un esemplare simile al Pit Bull dei giorni nostri ma dotato di una testa grande e un muso più allungato rispetto agli antichi possenti, pesanti molossi utilizzati dagli Assiri e dai Fenici in epoche remote. Il Bulldog era anch’esso resistente allo sforzo e al dolore e molto legato al proprietario. Esteticamente risulta più simile all’attuale Bulldog Americano.
Nell’Ottocento gli Old Bulldog vennero incrociati con i Terrier inglesi e ottennero i Bull Terrier, usati per combattimenti fra cani e il rat-baiting, che consisteva nel liberare all’interno di un recinto detto rat-pit (pozzo dei ratti) un gran numero di ratti e un cane di tipo terrier, mentre il pubblico faceva scommesse su quanti ratti il cane riuscisse ad uccidere nel minor tempo possibile. Nel 1835 il Parlamento Britannico emanò un decreto, la Legge contro la crudeltà verso gli animali, che tuttavia vietava numerose forme di combattimenti fra cui quelli fra cani e tori ma non citava il rat-baiting, pratica che infatti si protrasse fino a cavallo fra il XIX e il XX secolo.
Alla fine dell’Ottocento il Bull Terrier diede origine a due razze diverse, con l’avvento delle esposizioni canine alcuni allevatori iniziarono a selezionare Bull Terrier rispondenti a precise caratteristiche morfologiche, mentre altri continuarono la selezione nel tentativo di ottenere il combattente perfetto. Si formò la distinzione tra il Bull Terrier e il nuovo cane, a cui venne dato il nome di Pit Bull Terrier (pit in inglese: arena). Dall’Inghilterra questa razza canina venne esportata anche in America, dove gli allevatori si concentrarono sulla selezione dei Pit Bull importati dall’Irlanda fin dal 1845.

L’American Pit Bull terrier era un cane particolarmente agile, forte, tenace e combattivo, quello americano aveva però subito un aumento di taglia rispetto al Pit Bull inglese. Il fenomeno dei combattimenti fra cani perpetrava sia in Inghilterra che in America, dove anche i Kennel Club deputati per la registrazione della razza, primo fra tutti l’U.K.C. (l’United Kennel Club), erano favorevoli alla pratica dei baiting. Solo dopo la morte del fondatore e con la messa fuori legge a New York di queste attività nel 1856, l’U.K.C. prende le distanze da questa prassi cruenta. Per allontanarsi dal mondo dei combattimenti il nome scelto per registrare i Pit Bull fu Staffordshire Terrier, che nel 1972 divenne American Staffordshire Terrier, più semplicemente chiamato Amstaff.
La storia dei Kennel Club e delle associazioni che registravano la razza è lunga e tortuosa, finché nel 1985 la F.C.I (Fondazione Cinofila Internazionale) riconobbe l’American Staffordshire Terrier come razza e venne pubblicato lo standard.

non è un paese per bulli
Foto ©Centro Cinofilo Yagolandia

Ogni storia ha due prospettive, due lati della medaglia. Vediamo Pit Bull che sono stati impiegati nel tempo per pratiche di Pet Therapy, come Nanny Dogs, ovvero cani Baby Sitter, ottimi compagni di vita di famiglie e bambini. Non è nella retorica del cane buono/cane cattivo che vorrei affondare gli accenni di questo articolo (perché sarei chiaramente di parte e direi con convinzione, superficialità e generalizzazione che sono ottimi cani ma hanno bisogno di ottimi proprietari attenti ai loro bisogni e attitudini, che “non esistono cani cattivi ma cattivi proprietari”, etc.), ma vorrei addentrarmi anche nella realtà dei fatti, nella loro storia, nell’amaro in bocca che lascia il conoscere la vera evoluzione di cani che vengono quotidianamente discriminati e poco compresi.

Non è un paese per bulli – BSL, restrizioni e casi specifici

Ai nostri giorni il Pit Bull come altre razze inserite nella lista delle razze pericolose subiscono restrizioni e divieti in vari Paesi anche europei, la BSL (Breed Specific Legislation) è una legge che prevede proibizioni severe o abbattimento in caso di cani di razze considerate pericolose o anche simili a tali razze perché frutto di incroci. Alcuni si ricorderanno la storia di Lennox, sette anni, giustiziato nel 2012 in Irlanda dopo due anni di detenzione con l’unica colpa di aver tratti morfologicamente simili a quelli di un Pit Bull, razza considerata pericolosa in Gran Bretagna e, per questo, proibita dal Dangerous Dogs Act, legge in vigore dal 1991, e la più recente di Iceberg, dogo argentino femmina, sequestrata e destinata all’abbattimento quest’anno in Danimarca perché ritenuta pericolosa per il semplice fatto di rientrare in questa lista nera. Lei ha avuto un epilogo più felice di quello di Lennox ed è potuta tornare in Italia dal suo proprietario. Di Lennox e Iceberg ce ne sono tanti ogni giorno nei vari Paesi in cui essere di una certa razza canina o assomigliare morfologicamente a una tipologia di cane basta per essere condannati a morte.
Nel frattempo in altri contesti si riproducono razze dalle caratteristiche particolari come i BanDog (incroci Pit Bull/Mastino Napoletano) che lasciano intendere la volontà di prendere sempre meno seriamente l’arginare della pratica del combattimento fra cani (ormai delimitata ad ambienti malavitosi e fuorilegge) e la propulsione a dare in mano con leggerezza a futuri proprietari inesperti cani con determinate caratteristiche di razza.

Red Tina – un viaggio dentro un incubo

Quando ho acquistato il libro Red Tina – a fighting dog, sapevo che non sarebbe stato di facile lettura. Red Tina descrive un mondo crudo e sanguinoso, quello del dog fighting, analizza quel tempo in cui l’altra prospettiva, quella ombrosa e cruenta era preponderante. Red Tina è uno spaccato della storia della razza dal 1976 al 1981 circa ad opera di Friedric Maffei, dogfighter del passato. La storia è raccontata in prima persona da Red Tina, una delle sue cucciole, a suo parere la più competente per futuri combattimenti. Il libro si snoda fra aneddoti della vita del proprietario, le situazioni in cui vivono i cani, i combattimenti, la mentalità del tempo verso alcune pratiche. Red Tina racconta gli accadimenti in prima persona, probabilmente l’autore utilizza la voce di Tina per edulcorare le pratiche di baiting e la vita che fa vivere ai suoi cani e per scrollarsi di dosso la responsabilità di tanto dolore. Una volta azzoppata da una sua rivale durante un combattimento, Red Tina non può più gareggiare e diventa una fattrice.
Questa lettura denota la volontà della sottoscritta di indagare anche fra le pieghe meno gradevoli della storia di una razza che ancora una volta viene strumentalizzata dall’uomo per riempirsi il portafoglio di banconote e la testa di gloria, sotto il falso mito dell’amore (avete letto bene, amore, perché di questo paradossalmente parla Maffei quando descrive il sentimento che lo lega ai suoi Pit Bull, un amore concepito in modo diverso dall’affetto che attualmente lega i proprietari con i propri cani di casa, condizione di vita che Maffei ripudia).

Motivazioni e caratteristiche dei terrier di tipo bull

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Foto ©Centro Cinofilo Yagolandia

È importante per conoscere una razza sapere in linea generale quali sono le sue motivazioni (ovvero la tendenza a compiere determinati comportamenti, le aree in cui il soggetto cerca gratificazione, in soldoni ciò che ama di più fare e che gli costa meno in termini di spesa), le sue vocazioni (ciò a cui è interessato il soggetto), le sue attitudini (gli elementi, gli strumenti di cui dispone il soggetto per esprimere le sue vocazioni) e il parametro di attivazione emozionale nelle situazioni (alto: indica uno stato di eccitazione, basso: uno stato di apatia).

I terrier di tipo bull hanno alte le motivazioni:
– predatoria (volgersi verso oggetti in movimento, inseguirli)
– perlustrativa/esplorativa (esplorare un ambiente e mapparlo/analizzare oggetti nei dettagli)
– cinestesica (fare movimento, saltare, correre, spostarsi rapidamente)
– affiliativa nei confronti dell’uomo (far parte di un gruppo e definirne i ruoli)
– competitiva nei confronti dei simili (gareggiare, fronteggiare un competitore)
– collaborativa nei confronti dell’uomo (fare un’attività in collaborazione con il proprietario)
– sociale nei confronti dell’uomo (tendenza a relazionarsi con gli umani)
– epi/et-epimeletica nei confronti dell’uomo (accudire un compagno/lasciarsi accudire)
– possessiva
– somestesica nel Bull Terrier (esplorare il proprio corpo)
– di ricerca (cercare oggetti nascosti)

Essi hanno basse motivazioni:
– protettiva
– competitiva verso l’uomo
– sociale verso i simili
– territoriale
– collaborativa verso i simili
– comunicativa
– sillegica

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Foto ©Centro Cinofilo Yagolandia

I terrier di tipo bull hanno un assetto emozionale reattivo, sono in linea di massima molto carichi e hanno generalmente una difficoltà di rientrare ad un assetto emozionale intermedio nel momento in cui sono stati portati ad un livello di agitazione alto.
Essi hanno un’alta vocazione a perlustrare, ad esplorare. Hanno un’alta predatorietà, anche nel gioco, che portata ad una deriva può provocare dei problemi comportamentali e di gestione. Hanno un’alta vocazione a mantenere il possesso se la motivazione possessiva non viene disciplinata in modo adeguato. Hanno grande piacere nel creare agonismo intraspecifico, ovvero con i loro simili e invece a collaborare e creare con il proprietario legami molto forti. Molti dei problemi che emergono dai proprietari di cani di queste razze sono legati ad un profilo emozionale eccitabile.

Indispensabile risulta nel momento in cui un futuro proprietario decidesse di far entrare nella sua vita un terrier di tipo bull, la volontà di informarsi adeguatamente riguardo le caratteristiche di razza, di voler aver al proprio fianco un instancabile personal trainer felice di accompagnare il proprio compagno umano in qualsiasi attività sportiva, di consultare un educatore che possa con un approccio non coercitivo o impositivo (molti fanno l’errore di pensare che il fisico muscoloso di questi cani corrisponda ad una grande resistenza anche psicologica alle pressioni emotive o alle prevaricazioni, dimenticandosi che sono cani molto sensibili e fragili) lavorare al meglio sull’autocontrollo al fine di avere una buona gestione dei picchi emozionali verso l’alto e della difficoltà di rientro ad uno stato intermedio tipici in questa razza, lavorare adeguatamente sul posizionamento sociale del cane all’interno del branco famigliare e sul disciplinare la motivazione competitiva ed esaltare quelle controlaterali, la collaborativa e la sociale.
Un buon proprietario inoltre, conoscendo la grande difficoltà in un terrier di tipo bull adulto nel creare buoni rapporti con i simili senza tensioni, scontri o volontà di competere, deve occuparsi fin da subito e nel migliore dei modi della sua socializzazione primaria e secondaria.

Detto tutto questo, in maniera (ahimè) superficiale e riassuntiva e senza pretesa di rimarcare il mio grande amore verso queste razze canine, nella speranza di aver fatto cosa gradita nel chiarire la storia e nell’informare sulle caratteristiche di questa razza, posso solo dirvi… enjoy your Pit Bulls!

Immagine di copertina: 1zoom.net

“stephaniaL’autrice
Stephania Giacobone
Nasce nel 1987 a Ginevra. Passa i primi anni della sua vita a Courmayeur, Valle d’Aosta con i suoi primi due cani: Holly, un barboncino e Maurice, un boxer. Dopo gli studi universitari umanistici e teatrali a Torino e un master biennale di scrittura alla Scuola Holden, torna a vivere in Valle d’Aosta, con il suo cane, un Amstaff di nome Yannick. Inizia a collaborare a tempo pieno con Laurent Pellu nel loro Centro Cinofilo Yagolandia dal settembre 2014. Frequenta il Corso per Operatori di Zooantropologia Didattica SIUA. A febbraio 2017 entra a far parte della sua vita il suo secondo cane, Maya, una meticcia mix Amstaff/Cane Corso. Conclude il Corso Educatori Cinofili SIUA nel novembre 2016 e un anno dopo inizia il Corso Istruttori Cinofili SIUA. Quotidianamente divide il tempo fra le sue due passioni/lavori: la cinofilia e la scrittura.