Il pet: un fenomeno di costume a cui dovremmo rinunciare?

di Valentina Mota

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Il pet: un fenomeno di costume a cui dovremmo rinunciare?

Dovremmo smettere di tenere animali nelle nostre case? Un nutrito gruppo di studiosi di varia estrazione risponderebbe di sì.

Il 90% dei Britannici considera i loro animali come membri di famiglia; il 16% li include nel censimento demografico. Intanto, le ultime ricerche nell’ambito del benessere emozionale degli animali hanno iniziato a instillare dubbi sul valore etico della pratica di detenere animali d’affezione, i pet.

Per la dott.ssa Jessica Pierce, filosofa e saggista statunitense, tutto ebbe inizio con un recipiente in plastica contenente cuccioli di ratto, una visione che la portò a farsi alcune domande. Pierce si trovava in un negozio della catena statunitense PetSmart: i giovani ratti, che squittivano all’interno del recipiente, venivano venduti al negozio da un uomo che li allevava come animali d’affezione o come prede vive per i serpenti casalinghi. Pierce ne rimase sconcertata.

“I ratti hanno elevata capacità empatica ed esistono numerose ricerche che descrivono cosa accade quando i piccoli di ratto sono sottratti alla madre: è un’esperienza che causa molto stress”, afferma Pierce. “Per me quella scena è stata un pugno in faccia: come si può fare questo a un animale?”.

Nel 2015, Pierce ha scritto il libro Run, Spot, Run, in cui affronta la causa contro la detenzione dei pet. Dagli animali d’allevamento che diventano cibo per cani e gatti alle fabbriche di cuccioli che producono in serie cani sempre più malati, ai pesci rossi e ai grilli venduti in sacchetti di plastica e scatolette, il costume di possedere animali d’affezione è problematico poiché nega loro il diritto all’auto-determinazione. Sono costretti a entrare nelle nostre vite perché noi lo desideriamo, dopodiché imponiamo loro cosa mangiare, dove vivere, come comportarsi, come apparire esteticamente, e perfino se debbano conservare o meno I loro organi sessuali.

Il trattare gli animali come oggetti non è cosa nuova o particolarmente scioccante: da millenni gli esseri umani mangiano carne e si riparano con pelli animali, ma questo va a scontrarsi con ciò che affermiamo quando parliamo degli animali d’affezione. L’industria britannica del pet vale 10,6 miliardi di sterline; nel 2016, gli Statunitensi hanno speso più di 66 miliardi di dollari per i loro compagni animali. Un sondaggio all’inizio del 2017 ha rilevato come in Gran Bretagna molti proprietari di animali dichiarino di amarli più del partner umano (12%), più dei figli (9%), più degli amici (24%).

“Dal punto di vista morale si pone un problema, dato che la maggior parte delle persone pensa ai propri animali come a persone. Li considerano parte della famiglia umana, li trattano come migliori amici, non li cederebbero per nulla al mondo”, dice Hal Herzog, professore di psicologia alla Western Carolina University e co-fondatore della branca di studio della antropozoologia. Al contempo, la ricerca rivela che le vite emozionali degli animali sono molto più ricche e complesse di quanto pensiamo o crediamo. “La logica conseguenza è che più attribuiamo loro certe caratteristiche e capacità, meno diritto abbiamo di ergerci a controllori di ogni aspetto della loro vita.”, dichiara Herzog.

Questo significa che nei prossimi cinquanta o cento anni i pet non esisteranno più? In Gran Bretagna, alcuni ambiti di sfruttamento degli animali, come circhi e zoo, sono in crisi. Al contempo, cresce il numero di Britannici che sceglie un’alimentazione vegana, numero che è aumentato del 350% dal 2006 al 2016.

La moda del pet è fenomeno recente. Fino al XIX secolo, la più parte degli animali posseduti dai nuclei familiari erano strumenti di lavoro, vivevano fianco a fianco con l’uomo, ma nei loro confronti non c’era manifestazione di sentimenti particolari. Per esempio, nel 1698, un contadino del Dorset annotava nel suo taccuino: “Il mio vecchio cane Quon è stato ucciso e cotto per utilizzarne il grasso, che ammontava a 11 libbre”. Lungo il XIX e XX secolo, il ruolo utile degli animali si fa sempre più risicato nell’ambiente urbano che va espandendosi, e mano a mano che la ricchezza aumenta, si fanno strada i pet. Ma anche nel momento in cui le persone iniziano ad adorare i propri animali, ancora la vita di questi ultimi non ha alcun valore. In Run, Spot, Run, Pierce riporta come nel 1877 la municipalità di New York fece catturare 762 cani di strada per affogarli nell’East River, rinchiudendoli in casse di ferro che furono poi calate in acqua in profondità tramite l’utilizzo di una gru.
Negli anni ’60, il medico veterinario e filosofo Bernard Rollin ricordava ai proprietari di far uccidere i loro cani tramite soppressione eutanasica prima di andare in vacanza, perché, spiegava, è meno costoso procurarsi un cane nuovo al ritorno che portarsi in vacanza quello che già si ha.

Già alcuni Paesi hanno cambiato lo status legale degli animali. Nel 2015, il governo neozelandese li ha riconosciuti come esseri senzienti, dichiarandoli non più beni di proprietà (come questo vada poi a conciliarsi con la successiva strage di opossum operata in Nuova Zelanda non è chiaro), e lo stesso ha fatto la Provincia del Quebec.
In Gran Bretagna i pet rimangono oggetti di proprietà, anche se l’Animal Welfare Act del 2006 dichiara che i proprietari di pet devono fornire loro gli elementi fondamentali per il loro benessere (qualunque cosa questa frase significhi, N.d.R.).
I pet sono beni di proprietà anche negli Stati Uniti, ma in trentadue Stati, tra cui Puerto Rico e Washington DC, hanno attualmente incluso misure di tutela degli animali nei casi di violenza domestica.
Nel 2001, Rhode Island ha cambiato la terminologia, definendo i proprietari come “tutori” (guardians), una misura che è stata salutata con entusiasmo da alcuni attivisti dei diritti animali, mentre altri hanno obiettato trattarsi di un semplice cambio di sostantivo.

Prima di congratularci con noi stessi per gli enormi passi avanti compiuti, pensiamo che ogni anno negli Stati Uniti vengono uccisi con soppressione eutanasica un milione e mezzo di animali detenuti nei rifugi – 670mila cani e 860mila gatti. In Gran Bretagna ogni anno vengono uccisi con soppressione eutanasica 3463 cani e, in più, la Società Reale per la Prevenzione della Crudeltà contro gli Animali (Royal Society for the Prevention of Cruelty to Animals, RSPCA) ha rilevato dal 2016 in poi un incremento del 5% annuo dei casi di crudeltà su animali, con circa 400 telefonate di denuncia al giorno.

“Posso infilare il mio cane in auto, portarlo dal veterinario e chiedergli di ucciderlo perché non lo voglio più oppure posso portarlo in canile dicendo che non lo voglio più, che gli trovino una nuova casa e tanti saluti?”, chiede Gary Francione, professore alla Rutgers Law School del New Jersey e sostenitore dei diritti animali. “Se vi sentite in grado di fare questo, se avete la possibilità legale di fare questo, allora significa che gli animali sono ancora beni di proprietà”.

Punto cruciale, i nostri animali non possono dirci se sono felici o no insieme a noi. “Ci illudiamo che oggi gli animali d’affezione abbiano più importanza che in passato, piuttosto, dovremmo dire che li facciamo parlare mettendo loro in bocca parole umane”, dice Pierce quando si riferisce all’abbondanza di pet sui social media, animali la cui soggettività viene annullata dalle argute proiezioni “delle loro mamme e dei loro papà”. “Forse li umanizziamo in un modo che in realtà li sta rendendo invisibili.”

Se accettiamo l’argomento che il detenere animali sia moralmente discutibile, d’altro canto che possibilità abbiamo di mettere un freno all’industria del pet?
Nel 2010, mentre scriveva il libro Some We Love, Some We Hate, Some We Eat: Why It’s So Hard to Think Straight About Animals (Amati, odiati, mangiati: perché è così difficile agire bene con gli animali nella traduzione italiana di Bollati Boringhieri), Herzog stava indagando sulle motivazioni degli attivisti per i diritti degli animali e se la spinta verso l‘attivismo fosse più emozionale o più intellettuale. Herzog racconta che uno dei soggetti intervistati si era mostrato davvero molto logico nelle sue scelte. Si era orientato verso un’alimentazione vegana, aveva eliminato le calzature in pelle, era riuscito a convincere la sua ragazza a diventare vegana ed era giunto a ripensare il rapporto con la sua calopsitta che egli deteneva come pet. “Mi ricordo”, racconta Herzog, “che guardò verso l’alto con fare nostalgico. Mi disse che aveva preso il pappagallo, lo aveva portato all’esterno e lo aveva lasciato volare via”. “Il ragazzo mi disse che sapeva che la calopsitta non sarebbe sopravvissuta, che probabilmente sarebbe morta di fame e ammise di aver fatto quella scelta più per se stesso che per il bene dell’animale.”

Benché sia Pierce che Francione arrivino alla conclusione che detenere pet sia sbagliato, essi hanno entrambi animali d’affezione: Pierce ha due cani e un gatto; Francione ha sei cani adottati dal canile, che definisce “rifugiati”.
Per adesso la disquisizione è del tutto teorica: resta il fatto che noi continuiamo e continueremo a detenere pet e rinunciare a loro sarebbe più dannoso che altro. In più, come Francione suggerisce, avere un animale d’affezione è considerata dai più come un’azione che consente realmente di compiere del bene agli animali, ed è arduo convincere le persone del contrario.

Tim Wass, presidente dell’organizzazione inglese The Pet Charity, consulente in benessere animale ed ex amministratore delegato della RSPCA, concorda: “La natura umana e le pressioni del mercato hanno già deciso, e la realtà è che gli animali nelle nostre case vivono a milioni. La domanda che si pone è come possiamo aiutare i proprietari a prendersi cura dei loro animali in modo corretto e adeguato.”

Se qualcosa abbiamo imparato dalla storia recente del pet è che il nostro atteggiamento verso gli animali sta cambiando. “Le relazioni con gli animali soffrono di alti e bassi.”, dice Herzog, “Sul lungo termine, credo che tenere animali d’affezione passerà di moda e forse li rimpiazzeremo con i robot. Oppure, magari, la convivenza con un animale si ridurrà semplicemente a diventare una scelta di nicchia. I trend culturali vanno e vengono.
Più si continuerà ad umanizzare gli animali, meno diventerà moralmente accettabile il detenerli con noi.

(traduzione ed elaborazione testo: Valentina Mota)
Immagine di copertina: esempio di Creative Grooming (honesttopaws.com)