Come possiamo pensare che esistano degli essere viventi che facciano a comando quello che chiediamo loro senza interagire con noi in nessun modo?

Cosa ci rende così egoisti da volere che qualcuno si adegui alle nostre esigenze in tutto e per tutto senza il benché minimo rispetto della sua individualità?
Spesso decidiamo di vivere con il cane con l’idea che sarà un surrogati delle nostre esigenze, dando per scontato che sarà felice di fare quello che noi riteniamo sia giusto per lui senza mai conoscerlo veramente, senza che noi ci siamo mai messi in condizioni di capire con chi viviamo.
Questo tipo di atteggiamento giustifica una serie di comportamenti e di maltrattamenti che ci permettiamo nei confronti di quelli che definiamo amici a quattro zampe. A questo punto, può andare bene un qualsiasi percorso di educazione di base o semplicemente il consiglio del vicino di casa che ha già avuto cani.
È un approccio al cane del tutto superficiale, che permette ai professionisti del settore cinofilo di stilare dei percorsi standard, permette di pensare che il cane sia una macchina mossa da dei fili, senza emozioni, senza stupore, curiosità, piacere, serenità, gioia, dolore, ansia, rabbia, frustrazione, senso di colpa e le infinite sfaccettature di tutte le altre emozioni che non ho citato, permette a qualcuno di pensare che si possa tenere un cane a digiuno per dodici ore prima dell’addestramento, oppure chiuso in una gabbia a prescindere, per fargli capire chi comanda.

Non porci domande sull’individualità e la soggettività di un essere vivente e annullarne l’animalità consentono il vero maltrattamento. Ancora una volta potremmo semplificare e banalizzare i problemi che talvolta intercorrono nelle relazioni, dando la colpa al cane dominante, dando la colpa al proprietario incapace di gestirlo, al cane difettato… Per molti è facile trovare soluzioni immediate e comode, spiegazioni banali ma apparentemente sensate, che evitano lo sforzo di una comprensione più profonda.
Perché fare fatica se esiste una scorciatoia, se esiste una scappatoia per evitare di impegnarsi davvero? Perché è così difficile concepire l’altro diverso dal nostro immaginario, immaginare l’animale come individuo?

Ovviamente, per esigenze e comodità sto generalizzando ma sono consapevole che la vita non sia fatta di assoluti. Una delle risposte che mi sono dato, ma sono pronto a rimettere in discussione questa valutazione, è la nostra invadentissima insicurezza.

Insicurezza relazionale, che limita le possibilità di centrifugazione del cane: non è concepibile pensare che il cane possa trovare appagamento lontano da noi, l’esterno è una minaccia al nostro valore.
insicurezza personale, che costringe a mostrarsi e a mostrare la perfezione in una costante competizione con tutti: qualsiasi sbavatura, imprecisione, problema non possono essere mostrati, un’immagine imperfetta è attaccabile, può perdere il confronto.
Insicurezza generalizzata, che costringe nell’ansia, la paura e il pericolo di ciò che non conosciamo e, soprattutto, di ciò che non controlliamo. La gabbia in cui tendiamo ad infilarci non può che creare frustrazione legata all’inevitabile fatica di stare nelle suddette condizioni. A causa dell’insicurezza, la frustrazione può portare alla rabbia che, consapevolmente o meno, può essere scaricata nei confronti di chi potrebbe giudicare, di chi non la pensa allo stesso modo, di chi non fa quello che pensiamo o che chiediamo di fare.

Immagine di copertina: Shutterstock

“francesco”L’autore
Francesco Spreafico
Educatore e Istruttore Cinofilo SIUA
Tutor e docente presso i corsi SIUA