Essere parte di una relazione non è sempre facile, è qualcosa che necessita spesso di compromessi, di momenti di confronto e a volte addirittura di scontro. Bisogna mettere in conto non solo le proprie necessità, la propria inclinazione alla relazione stessa e il proprio profilo affettivo, ma anche quello dell’altro membro della relazione. E questo, si sa, non è sempre facile. Non lo è tra umani, figuriamoci tra esseri di due specie differenti.

Ogni proprietario, ad esempio, a partire dal momento dell’adozione del cane matura delle fantasie, delle aspettative che purtroppo in realtà rappresentano sovente un elemento di disturbo nella relazione e nello sviluppo del soggetto come individuo.

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L’idea di relazione con il cane è sempre macchiata da pregressi, da idee individuali di scambio affettivo, da bisogni individuali poco inclini all’individualità del cane. Oltre che individuali aggiungerei dettati da antropocentrismo. Non di rado, molti cani si ritrovano a doversi difendere dalla relazione, piuttosto che sentirsi in diritto di viverla adeguatamente e costruttivamente.

La relazione non è quindi più un “elemento” che edifica e fortifica, ma piuttosto qualcosa che rende il cane instabile, in disequilibrio. Non tutte le razze sono uguali e non tutti i soggetti della stessa razza sono uguali, eppure questo non viene tenuto in considerazione.

Il cane è purtroppo spesso considerato oggetto, strumento atto a colmare lacune e appagare bisogni e desideri

E così, dopo i primi attimi relazionali guidati dall’entusiasmo della novità, dal sottile desiderio di scoperta iniziale dell’altro, per alcuni proprietari quel cane che avevano in mente,  che avevano idealizzato, è nella realtà un soggetto non congruo a tutto ciò, anzi è l’esatto opposto.
Il cane è purtroppo spesso considerato oggetto, strumento atto a colmare lacune e appagare bisogni e desideri.

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Se nelle prime fasi dell’Età Evolutiva questo viene velatamente concesso dal cucciolo (anche se in alcuni casi ciò che il cucciolo comunica viene frainteso a causa di una lettura condizionata dai suddetti desideri) con il sopraggiungere dell’adolescenza, periodo già di per sé estremamente delicato, subentrano i primi segnali di ribellione del cane. I confronti diventano scontri, gli scambi affettivi tendono a diminuire per lasciare il posto alla necessità di autonomia e ricerca di altre individualità con cui confrontarsi, gli spazi relazionali si ampliano a dismisura.

E quanto più il soggetto in adolescenza non corrisponde all’ideale (tendenzialmente un ideale di dipendenza, morbosità, controllo) che il proprietario si è creato, tanto più i suoi reali bisogni, necessità e desideri non saranno realizzati e corrisposti e il suo corretto sviluppo come individuo continuerà a subire non solo interruzioni ma vere e proprie derive.

Con il tempo queste derive danno origine a problemi. Ma se gli eventuali problemi, per il proprietario, sono tali solo se manifestati contro il proprietario stesso o nei confronti di estranei (avversatività, fughe, eccessi competitivi, smanie di controllo ad esempio) c’è qualcosa che passa inosservato, qualcosa che agli occhi dei più è sintomo di affidabilità, educazione, tranquillità, ma che invece potrebbe denotare un disagio interiore del soggetto che è chiuso in una gabbia invisibile dalla quale non è in grado di uscire da solo e dalla quale purtroppo il proprietario non sentirà mai il bisogno di tirarlo fuori, ovvero la Gabbia Relazionale. Il sentirsi confusi, persi, privi di una chiara identità sono cose che un cane non può esprimere apertamente e nel processo di antropomorfizzazione (perché questo è ciò che avviene) sono cose non considerate.
Queste sensazioni persistenti generano nei cani adolescenti (e adulti) delle modalità di gestire la quotidianità non consone con ciò che è “socialmente” considerato accettabile. Reazione. La parola chiave per questi cani è la risposta a ciò che il mondo (e la relazione) propone loro. Fornire una risposta a domande poste nella maniera sbagliata. E i comportamenti avversativi diventano il modus operandi per rimarcare la propria individualità e il proprio bisogno di essere al di fuori di uno schema imposto dal desiderio altrui.

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Ma questi cani, quelli che mordono, aggrediscono, scappano sono comunque più fortunati di quelli che invece non hanno maturato una struttura emozionale tale da portarli a reagire in qualche modo.

 

Ansia, paura, chiusura nei confronti del mondo e del diverso, in attesa (e timore) costante di un eccesso di amore e contatto, chiusi in una bolla parentale pesante come un macigno: i cani come questi sono destinati ad essere considerati “buoni” ed educati

Ma il problema è altrettanto grave del caso precedente, dei cani che hanno sviluppato una capacità di ribadire se stessi anche nei confronti di un gruppo affiliato che pare non concederglielo.
Dov’è l’errore in questi casi?A mio avviso solo nell’ignoranza e nella mancanza di desiderio di capire e realmente conoscere chi decidiamo di affiancarci. Purtroppo però spesso questa ignoranza è forzata da presunzione e arroganza, da antropocentrismo e autoritarismo.
Saper accettare l’altro, cercando di prendere da esso tutto ciò che di positivo è possibile prendere.Cogliere punti di forza, oltre che di debolezza, lasciare che l’essere altro possa lentamente cambiare anche la nostra visione delle cose.
Imparare a conoscere, senza nessuna proiezione o fantasia cinematografica alla base, il cane con cui scegliamo di condividere parte della nostra vita, magari guidati da qualcuno che sappia mostrarci i punti di forza di questo ma che sappia illustrarci anche i punti di debolezza dello stesso. Cercare, attraverso una lettura di persona e cane, i punti di contatto tra i due e le possibilità relazionali che potrebbero aprirsi.siua-notizieIn secondo luogo, sarebbe fondamentale che chi si occupa di adozioni (in canile, nei rifugi, negli allevamenti) fosse in grado di affiancare il cane giusto (virtualmente, si intende) alla persona giusta, attraverso una profonda lettura dei profili emozionali e motivazionali dei due soggetti chiamati in causa.
Ma soprattutto, e questa credo sia la regola più importante, imporsi di superare gli antropocentrismi, i desideri e le aspettative del singolo, in funzione di una profonda conoscenza reciproca, rispetto e accettazione delle peculiarità l’uno dell’altro.
La relazione non è qualcosa da cui difendersi ma qualcosa da cui trarre ogni singolo giorno vantaggio evolutivo e possibilità di scoperta continua del sé.