Esiste una fonte di piacere molto importante, che prende il nome di appagamento. Ogni specie è portata a compiere particolari attività, sulla base di predisposizioni interne che prendono il nome di motivazioni. Le motivazioni sono per esempio la tendenza predatoria, la propensione alla ricerca esplorativa o perlustrativa, il desiderio di collaborare o di fare attività agonistiche, il piacere di incontrare gli altri, la possibilità di mettere in atto comportamenti di cura. Su un prato è facile che un essere umano raccolga dei fiori mentre un gatto rincorre farfalle: come si vede, il prato è lo stesso per entrambi e tuttavia la specie umana e quella felina tendono a fare attività differenti.

Potremmo dire che il target – la pallina o la farfalla da rincorrere per il gatto – sono solo pretesti, perché ciò che veramente dà piacere è il poter esprimere attraverso dei comportamenti le proprie motivazioni

Il perché è presto detto: uomo e gatto sono dotati di prevalenze motivazionali diverse. L’uomo è un raccoglitore e quindi se lo metti su un prato raccoglie fiori e magari su una spiaggia raccoglie conchiglie, ma quello che lo caratterizza non è il cosa raccoglie ma è l’atto del raccogliere. Compiere tale attività, al di là del risultato raggiunto – se farà un bel mazzolino di fiori o riempirà il secchiello di conchiglie magnifiche – gli dà piacere.

Potremmo dire che il target – la pallina o la farfalla da rincorrere per il gatto – sono solo pretesti, perché ciò che veramente dà piacere è il poter esprimere attraverso dei comportamenti le proprie motivazioni. Se comprendiamo questo principio ci rendiamo conto che gli animali non traggono piacere dal cosiddetto “dolce far niente” ma dal poter esprimere le proprie disposizioni. Esprimere i comportamenti legati alle motivazioni dà un piacere tutto particolare che prende il nome di appagamento; si tratta di una specie di sazietà, uno star bene perché in un senso di pace interiori e di equilibrio, liberi dalle inquietudini perché soddisfatti, un po’ come dopo aver mangiato.

Nell’espressione motivazionale ci si stanca, ma nello stesso tempo ci si rasserena perché si è potuto calmare una fame mentale che trova requie solo dopo aver espresso pienamente la propria autenticità.

Molte persone non capiscono che essere un cane significa interpretare pienamente la dimensione di specie, per cui ogni forma di antropomorfismo, anche con le migliori attenzioni di welfare, non è un viziare ma un maltrattare perché non tiene conto di questo bisogno di poter dispiegare completamente le proprie doti naturali. L’appagamento si raggiunge facendo attività che hanno a che fare con le coordinate motivazionali di specie, per cui il cane sarà prima di tutto soddisfatto se potrà compiere attività collaborative con il partner umano.

L’attività collaborativa infatti risponde alle esigenze sociali del cane, può essere declinata in forma ludica e pertanto dare anche emozioni positive, può assumere aspetti performativi e sportivi accrescendo il senso di appagamento del soggetto, può infine combinarsi ad altre motivazioni come la competitiva nel gioco del tira-molla o la predatoria nel riporto. Essere appagati significa sentirsi sazi per aver espresso la propria natura profonda.

rifiutare_antropomorfizzazione_siua_blog_inside1L’appagamento ricorda un po’ il riposo del guerriero: quel senso di pace e di equilibrio, quel sentirsi pago perché non più presi da inquietudine ma cullati dal torpore che deriva dall’aver espresso in pienezza le proprie disposizioni. Detto questo, è evidente che chiunque adotti un particolare animale debba conoscerne le caratteristiche motivazionali, altrimenti non sarà mai in grado di dare well-being.

Ma a questo punto una domanda è d’obbligo: l’appagamento è uguale in tutte le razze?

Beh, diciamo che tutti i cani hanno delle basi comuni, come per esempio la motivazione collaborativa. E tuttavia non si può negare che esistono profonde differenze tra una razza e un’altra e non si tratta solo di forma, di mole o di mantello: le varie razze differiscono tra loro prima di tutto per diversità motivazionale.

Alcuni cani come i collie hanno un forte orientamento predatorio, per cui tendono a correre dietro a tutto ciò che si muove; altri cani come i retriever hanno un forte orientamento verso i comportamenti parentali e di aiuto, per cui tendono a portare gli oggetti; altri ancora, come i molossoidi, hanno forti tendenze competitive, per cui amano fare alcune attività come il tira-molla.

Pertanto è indispensabile che chi prende un cane di una certa razza prima di tutto s’informi molto bene delle vocazioni e delle attitudini di quel particolare cane, perché dare appagamento a un rottweiler e molto differente dal darlo a un labrador. Informarsi non vuol dire chiedere se quel cane è sicuro o meno, se va d’accordo coi bambini o se è adatto a stare in casa, bensì significa prima di tutto informarsi di quali siano le prevalenze comportamentali di quella particolare razza.

Solo conoscendo queste attitudini è possibile verificare se si è in grado o si ha disponibilità a dare espressività alle prevalenze di quella razza. Non basta guardare un labrador e dire “mi piace quel tipo di cane”, occorre sapere che il labrador ama buttarsi negli acquitrini, sporcarsi nelle pozzanghere, fare attività all’aperto. Solo se si è disposti a seguire le inclinazioni di razza si può adottare quel particolare cane, altrimenti non basteranno coccole e bocconcini a renderlo felice perché la sua felicità passa attraverso la possibilità di esprimere le proprie preferenze.

E’ questo il well-being, una pienezza espressiva che è altresì immersione in un mondo che risponde perfettamente alle proprie aspettative. È il cielo per un uccello e l’acqua per un pesce.

Non c’è abbondanza di welfare che possa compensare una deficienza di well-being anzi, quanto più innalzeremo i parametri di welfare tanto più l’individuo cercherà di esprimere se stesso.

Il contrario dell’appagamento è la demotivazione che può dar origine a stati di inquietudine oppure a stati depressivi, con inevitabili espressioni comportamentali alterate che sono il segno del disagio di demotivazione. Non ci si può accontentare del welfare se desideriamo il benessere del nostro compagno, perché sarebbe come pensare che una zebra stia meglio allo zoo piuttosto che nella savana. Nessuno vuole stare dentro una prigione dorata. In questa luce anche il momento agapico – ovvero il mangiare – diviene fonte di appagamento e come tale va curato in tutti dettagli anche attraverso la giusta alimentazione.

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La migliore relazione uomo-animale evolve attraverso l’equilibrio d’intese, competenze e interazioni tra i due partner che, basandosi sulla reciproca collaborazione, ne stabiliscono le migliori condizioni. L’obiettivo di una relazione sana e consapevole deve essere supportato e favorito da una precisa attenzione all’alimentazione del cane: rito essenziale e quotidiano di cui solo il suo proprietario può esserne il mediatore e tradurlo in scelta responsabile. Una nutrizione sana, completa ed equilibrata assume, così, un ruolo fondamentale quale componente attiva alla realizzazione del benessere animale, in una chiave tesa al miglioramento del suo equilibrio psico-fisico quale presupposto per una migliore relazione uomo-animale.

Se, viceversa, gli alimenti sono contaminati da residui chimici tossici e poveri di principi nutritivi fondamentali, l’obiettivo non potrà essere realizzato. Purtroppo, è proprio la presenza di residui tossici dell’ossitetraciclina, farmaco largamente ma legalmente utilizzato nell’allevamento intensivo, a provocare numerosi processi infiammatori. Cani e gatti che si cibano di alimenti che contengono carni derivanti da allevamento intensivo, possono frequentemente manifestare otiti, dermatiti, piodermiti, congiuntiviti, gastriti, enteriti, gengiviti, stomatiti, tutti a evoluzione cronica o ricorrente.

Ma per il cane in realtà si tratta di un problema che limita le sue potenzialità sociali e compromette il suo benessere psichico.

Vedi anche: Tra fragilità e voglia di mondo: l’intelligenza emotiva del cucciolo