Federica racconta: «Oggi ci siamo proprio divertiti! Io ed i miei amici siamo andati in un maneggio e abbiamo fatto una bellissima passeggiata a cavallo in mezzo alla natura. Abbiamo trovato i cavalli fuori dai loro box, già sellati e con l’imboccatura, che ci stavano aspettando. È stato proprio divertente ed anche loro sembravano contenti di portarci in giro, pure se volevano continuamente mangiare l’erba e noi per farli smettere alla fine della giornata avevamo le braccia dolenti tanto tiravamo le briglie. Era la prima volta per tutti e nessuno è caduto quindi direi che ce la siamo cavata alla grande!».

Capita spesso di ascoltare esternazioni di questo genere dopo un’esperienza in uno dei tanti maneggi o circoli ippici che offrono questo tipo di attività ed è un peccato che Federica, suo malgrado, come tanti altri, si sia ritrovata vittima della scarsa cultura etologica degli addetti ai lavori.

Le spiacevoli conseguenze di queste prassi diffuse nei centri ippici ovviamente ricadono principalmente sul cavallo e secondariamente sul cavaliere a cui viene presentata un’immagine distorta di questo animale, suggerendo un atteggiamento strumentale nei suoi confronti al pari di un oggetto da usare e prestando attenzione ad omettere dalle spiegazioni che vengono divulgate gli effetti dei dettagli più coercitivi della gestione del cavallo e delle diffuse maniere di interazione con lui.

Nella quasi totalità delle realtà presenti nel mondo equestre vengono infatti attuate delle regole non scritte di gestione ed utilizzo del cavallo che sono in netta antitesi con le sue esigenze specie-specifiche.

Le motivazioni di questo sistema risiedono anche in aspetti pratico/economici.

Tanto per cominciare nella gestione stabulata i cavalli vivono isolati dai propri conspecifici in box 3.00m x 3.00m e saltuariamente vengono concesse loro delle ore d’aria in individuali recinti all’aperto.

I cavalli in realtà sono individui con una spiccata motivazione sociale. Una loro necessità primaria sta nel vivere il branco, grazie al quale gli individui si sentono al sicuro e possono mantenere il loro equilibrio psico-fisico. I legami interni al branco di appartenenza durano tutta la vita e sono il frutto della loro complessa organizzazione sociale. Ogni branco quotidianamente percorre compatto molti chilometri in natura per soddisfare le proprie necessità di approvvigionamento.

Quando i cavalli sono scuderizzati viene loro somministrato cibo razionato in due o tre volte al giorno, sul modello antropico di colazione, pranzo e cena. Escono dalla loro condizione di isolamento soltanto per lavorare con l’umano di turno per poi fare ritorno alle quattro mura del proprio box.
La loro condizione di erbivori monogastrici fermentatori prevede invece che l’approvvigionamento del cibo avvenga costantemente, anche per 18 ore nell’arco di una giornata. Così come i luoghi stretti e chiusi sono all’opposto delle loro specifiche condizioni di specie con deleterie conseguenze sul piano fisico e comportamentale, allo stesso modo i pasti razionati e talvolta somministrati sotto forma di mangimi concentrati sono talmente lontani dalle loro reali esigenze da essere molto spesso motivo di disturbi o patologie metaboliche all’apparato digerente (coliche) ed al tessuto connettivo degli zoccoli (laminite).

Nella vita in box si crea un pericoloso circolo vizioso che porta al ricorso alla ferratura dello zoccolo come menzognera risoluzione dei problemi del piede del cavallo.

È da tenere in considerazione il fatto che le lettiere, costituite da paglia o trucioli di legno, con la funzione di limitare i danni conseguenti allo stazionamento del cavallo sulle proprie deiezioni, situazione che si verifica per la quasi totalità del tempo, vengono pulite molto spesso non più di una volta al giorno.

Gli zoccoli sono strutture altamente specializzate che permettono al cavallo di adattarsi ad una grande varietà di terreni. Funzionano inoltre come vere e proprie pompe ausiliarie per l’apparato circolatorio grazie alla fisiologica deformazione dello zoccolo stesso che viene sottoposto al carico del peso ad ogni passo nella fase di diastole per poi tornare alla forma contratta nella fase di sistole con conseguente efflusso di sangue. Con la ferratura questo fisiologico meccanismo viene considerevolmente limitato o impedito ed ulteriori danni, dovuti anche alla mancanza di movimento, vengono riscontrati nella parte posteriore dello zoccolo, con il conseguente indebolimento e talvolta atrofizzazione di alcune strutture rese inattive dalla costrizione che il ferro impone. In questo modo la ferratura permette di sopperire o mascherare deficienze strutturali del piede, causate dalla condizione stessa di stabulazione e di ferratura dello zoccolo nonché strettamente legate anche alla questione igienica.

Persino nei delicati momenti dell’addestramento, anch’essi frutto di ideologie che non tengono conto della soggettività animale, si procede ad investire il cavallo di pressioni in maniera deterministica, vale a dire aspettandosi una ed una sola risposta prefigurata, senza lasciare spazio al momento qui e ora, quindi all’instaurarsi di una relazione paritetica con il cavallo.

Il risultato di questo modo di operare produrrà nella migliore delle ipotesi un diligente soldato, che, al presentarsi della cornice entro la quale l’attività di addestramento gli è stata imposta, si calerà nella parte di oggetto utile a soddisfare le nostre richieste, rinunciando totalmente alla propria soggettività.

Al termine della fase di addestramento i cavalli vengono montati anche da principianti attraverso l’ausilio di un’ imboccatura (struttura metallica posizionata all’interno della bocca chiamata morso o filetto a seconda della struttura e dei punti di contatto quali lingua, commessure labiali, palato mascella e mento in alcuni casi, sui quali agisce) collegata alle redini allo scopo di condurre il cavallo più agevolmente.

Attraverso l’impugnatura delle redini e l’applicazione di pressioni all’interno della bocca del cavallo, troppo spesso senza aver ricevuto una conoscenza specifica di tale strumento, non è neppure immaginabile per il cavaliere sapere quanto questo possa essere fastidioso e doloroso per il cavallo e ahimè risulta fin troppo probabile commettere errori di interpretazione.

Il risultato che ne consegue è confondere una divertente cavalcata con un’attività fondata sul dolore (una pressione fisica) o sul timore di esso (una pressione psicologica).

Le nefaste ripercussioni di tali attività incidono ovviamente sull’umore del cavallo e si manifestano altresì nei frequenti fraintendimenti con il cavaliere che oltretutto mettono a repentaglio l’incolumità di entrambi.

Vista da occhi esperti questa non può essere una innocente passeggiata o esercitazione in campo, risulta piuttosto un attività frutto di una più ampia cornice coercitiva imposta al cavallo.

Dovremmo porre attenzione al pericolo di negare al cavallo la propria soggettività, al fine strumentale di soddisfare per esempio un vacuo desiderio di muoversi senza motore nella quiete della natura, senza volerne però rispettare né i modi né i tempi.
Si rischia così di abusare di un animale estremamente sensibile che purtroppo può facilmente venire svilito, strumentalizzato e addirittura ridicolizzato dalle nostre ideologie antropocentriche e dagli strumenti che abbiamo creato allo scopo di ottenere obiettivi performativi che ci rendono ciechi e insensibili alle gioie di condividere.

una piacevole passeggiata civeli 1

Il cavallo non esprime il dolore fisico che subisce con vocalizzazioni, salvo in rare eccezioni, ma attraverso la sua mimica.

una piacevole passeggiata civeli 2

La bocca aperta e gli occhi sofferenti equivalgono a urla di dolore.

Ad oggi esistono numerosi studi scientifici che dimostrano che il metodo di controllo del cavallo attraverso l’imboccatura risulti invasivo, fisiologicamente controindicato e controproducente.

Tra questi spiccano due studi scientifici in proposito, il primo voluto dalla Haute Ecole Research Center di Alexander Nevzorov, riguarda la misurazione della forza usata dal cavaliere sulla bocca del cavallo in occasione di strattonamenti e la misurazione della forza comunemente esercitata sulla bocca del cavallo nel normale controllo da parte del cavaliere nelle discipline sportive.

Risulta che i più frequenti danni dimostrati sono rappresentati da:
ulcere in varie parti della bocca (commessure labiali, barre, palato duro, lingua);
erosione dentale;
formazione di speroni ossei (che si creano sui punti in cui viene applicata la pressione);
patologie complesse, come la dislocazione del palato molle (dovuta alla difficoltà fisiologica di sostenere un attività di sforzo in cui la deglutizione viene ostacolata dall’imboccatura stessa) che porta in molti casi ad emorragie polmonari da sforzo;
inimmaginabili dolori neuropatici simili a scosse elettriche correlati all’insulto cui viene sottoposto il ramo mascellare del nervo trigemino.

Tutto questo è riscontrato in cavalli adoperati in qualsiasi disciplina agonistica ma molto spesso anche in cavalli usati in altre attività considerate ludiche, proprio come nell’esperienza descritta da Federica.

una piacevole passeggiata civeli

Il secondo studio scientifico di rilievo, viene pubblicato dal Journal of Equine Veterinary Science nel 1999 ed aggiornato nel 2007 l’articolo è scritto dal dott. Robert Cook ed è intitolato Pathophysiology of bit control in the horse, dove viene dimostrato che esistono oltre cento problemi comportamentali documentati che sono direttamente collegabili all’utilizzo dell’imboccatura.

In passato veri conoscitori di cavalli erano contadini e soldati, che per ragioni differenti vivevano a stretto contatto con l’animale e con lui cooperavano in attività quotidiane con una profonda conoscenza non scientifica ma empirica, ottenendo sempre la miglior fitness evolutiva per sé e il compagno.

Tale conoscenza empirica è giunta fino ai giorni nostri grazie a rari e talentuosi uomini di cavalli e oggi il buono di quella conoscenza trova nuova energia e fondamento nelle teorie scientifiche sostenute da discipline come la zooantropologia e da nuove filosofie di interazione con il cavallo che affronteremo in seguito in questo articolo.

una piacevole passeggiata civeli 2

Oggi le figure professionali di riferimento sono gli istruttori di equitazione, generalmente specializzati in discipline sportive, che ricevono l’abilitazione all’insegnamento venendo valutati quasi esclusivamente in base alla qualità della performance che riescono ad ottenere dal cavallo, per cui ciò che viene premiato è il mero risultato di obbedienza e rispetto delle regole imposte senza porre reale attenzione al benessere psicofisico dell’animale.

Nel panorama odierno esistono discipline originatesi sia da una dottrina militare che dalle tradizioni rurali di lavoro dei campi e con il bestiame.

Alla prima categoria appartengono discipline come il salto ad ostacoli, il dressage, l’endurance e il cross-country; alla seconda appartangono discipline quali il cutting, il roping, il team penning, il reining, il barrel racing e gimcane di varia natura e difficoltà.

Esistono inoltre le corse di cavalli che, svolte in ippodromi, si differenziano in corse di trotto e corse di galoppo, mentre in eventi fieristici o storici le corse, che a volte prevedono anche l’impiego di asini, si disputano tra le mura della città e in certi casi, con estrema pericolosità, anche sull’asfalto e prendono il nome di palii o giostre.

Come già accennato in precedenza, un approccio che rispetti le esigenze e le tempistiche specifiche di ogni soggetto con la funzione di creare un legame che porti ad una solida attività di collaborazione, quale è il cavalcare, è da sempre possibile e incentra i propri sforzi nel creare comprensione e comunicazione reciproca, in breve nello sviluppare una vera relazione, affidandosi alla solidità di un amicizia invece che all’obbedienza di uno schiavo.

In questo percorso avviene l’educazione del cavallo all’essere umano ed alle attività da svolgere insieme.

La differenza di base in sostanza sta nel fatto che il cavallo non viene visto come una vittima dei suoi istintivi impulsi da controllare attraverso mezzi meccanici, ma come un soggetto da educare al mondo antropizzato dove vivrà, fornendogli gradualmente tutti gli strumenti per interpretare i segnali proposti dall’uomo, prevedendo specifiche elaborazioni che l’intero sistema cognitivo del cavallo affronta e rende propri, permettendogli così di vivere sereno in un mondo a cui non era preparato.

In quest’ottica resta un valore imprescindibile la libertà di espressione della soggettività del cavallo, costringendo l’essere umano al lavoro di adeguamento e cambiamento del proprio punto di vista e delle proprie abitudini, sviluppando competenze interiori che permettono lui di entrare in risonanza con il soggetto che ha di fronte, gettando le basi per lo sviluppo di una sana relazione interspecifica.

Non è lo strumento in sé che rende buona o meno buona l’interazione con il cavallo, ma l’utilizzo che ne viene fatto.

La tecnica equestre, l’approccio o il metodo che seguiamo, se così vogliamo chiamare l’insieme delle nostre conoscenze, del nostro atteggiamento, dell’opinione che abbiamo riguardo al cavallo, quindi delle fantasie e di conseguenza delle nostre azioni nei suoi confronti, è qualcosa che risiede dentro di noi.

Attraverso l’ampliamento della conoscenza delle condizioni specie-specifiche del cavallo e la conseguente acquisizione di una maggiore sensibilità verso di lui di riflesso siamo portati ad acquisire una maggiore consapevolezza anche di noi stessi.

In questo percorso si innescano dei processi per i quali avviene un primo cambiamento sul tipo di domande che ci poniamo riguardo al cavallo, ed è proprio questa fase, denominata effetto soglia, il centro della ricerca zooantropologica.

Ne scaturisce un altro concetto chiave, la referenza, ovvero il contributo evolutivo prodotto dalla relazione quando vi è l’apertura da parte dei due soggetti coinvolti alla contaminazione reciproca.

In sostanza l’uomo si affaccia al mondo di un’altra specie, proiettandosi in una realtà che è altro da sé e questo scambio diventa un arricchimento culturale che inizia a produrre un cambiamento sul nostro intero punto di vista.

In riferimento alla storia di Federica e dei suoi amici neofiti vorrei aggiungere che non è certamente loro responsabilità se l’utilizzo dell’imboccatura è stato inappropriato e se sono dovuti ricorrere a strattonare i cavalli come unica soluzione a loro disposizione per richiamarli dal mangiare erba.

L’esito è una esperienza poco piacevole per entrambi, vale a dire per i cavalli (con il dolore in bocca) e per i cavalieri (con il dolore alle braccia e la frustrazione di essere in balìa), dovuto all’errore di far salire su di un cavallo un completo estraneo e pretendere che l’animale soddisfi il desiderio per cui viene impiegato, come se fosse una bicicletta mountain bike, costruita per rendere possibile performance di scalata anche a neofiti senza allenamento.

Investendo invece del tempo per conoscere la natura del cavallo, l’equipaggiamento che viene utilizzato per relazionarsi con lui e i codici di comunicazione, ognuno dei coinvolti ne avrebbe tratto vantaggi assai maggiori.

Lo sviluppo di una complicità con il cavallo ha per entrambi la gradita conseguenza di riduzione della componente di rischio dovuta all’attività del cavalcare ed avrebbe così posto le condizioni per poter dire veramente: CHE PIACEVOLE PASSEGGIATA!
Mi sento di aggiungere che chiunque si senta attratto e si avvicini ad un cavallo, a prescindere dalla cultura che possiede, resta affascinato dalla sua fine sensibilità o magari dalla sua maestosa fierezza, oppure dalla sua quiete di pacifico erbivoro, o dalla rapidità d’esecuzione delle sue gesta, dalla sua estrema forza guidata da un cuore enorme, così come dalla sua intrinseca vulnerabilità, in ogni caso, tutti coltivano dentro di sé il desiderio di vicinanza e di comprensione verso questo magnifico animale, da secoli presente a fianco dell’essere umano.

Detto ciò, credo che il mondo dell’equitazione sia inevitabilmente prossimo ad una nuova evoluzione che restituisca al cavallo la sua dignità, aggiustando l’ottica da cui viene visto oggi e tornando a garantirgli il rispetto di fedele compagno, prima di pensare ad una qualsiasi attività da svolgere insieme.

Gianluca Civeli
L’autore
Gianluca Civeli

Tecnico di equitazione Endas II livello.
Specializzazione puledri e cavalli problematici.
Docente Siua.
Operatore di Zooantropologia Equestre
Formazione professionale sia nell’educazione e preparazione dei cavalli al mondo degli umani, sia nella didattica di formazione per gli umani che vogliono comprendere meglio i cavalli.
Progetti all’estero: Namibia, Roidina Ranch Wyoming, Cottonwood Ranch.